Il test dell’umiltà e della gratuità

Domenica XXII del tempo ordinario C. Illustrazione © Fabio Vettori

28 agosto 2022 ‑ Domenica XXII del tempo ordinario C

Sir 3,17-18.20.28-29; Eb 12,18-19.22-24; Lc 14,1.7-14

«Chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato». Lc 13,24

 

«Quanto più sei grande, tanto più fatti umile, e troverai grazia davanti al Signore; perché dagli umili egli è glorificato» (Sir 3,18.20.). Le parole del Siracide si collocano dentro una riflessione sapienziale che inizia nell’Antico Testamento e culmina nel Nuovo con il canto di Maria, il Magnificat, che è la quotidiana preghiera vespertina di tutta la Chiesa: «Ha guardato all’umiltà della sua serva. Ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili» (Lc 1,48.52). Le parole di Maria, a loro volta si rispecchiano nelle parole stesse di Gesù: «Chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato» (cfr Lc 13,24). È la cultura delle “beatitudini” che capovolge la logica mondana (cfr Lc 6,20-26).

Le ragioni dell’umiltà sono molteplici. Da un lato scopriamo ragioni di saggezza umana: i superbi, gli orgogliosi e i ricchi di sé ben difficilmente incontrano il gradimento degli altri uomini. Vivono relazioni di interesse, legate allo scambio di favori, finché hanno qualche cosa da barattare: denaro, potere, piacere, opportunità di successo. Quando ciò che facciamo è soggetto alla legge dell’interesse e dello scambio, anziché della gratuità, viviamo le nostre relazioni sottoforma di transazioni commerciali. Tutto quello che facciamo lo facciamo con un secondo fine e per un tornaconto personale. Alla lunga questo modo di vivere ci porta all’infelicità perché ci chiudiamo all’amore autentico che è amore gratuito e disinteressato.

Accanto a queste ragioni sapienziali occorre cogliere anche quelle teologiche, che sono enunciate già in tutto l’Antico Testamento: il Signore preferisce l’umile al superbo, il Signore ascolta più facilmente la preghiera del debole che quella del forte, il Signore si prende cura del povero piuttosto che del ricco. L’umiltà, la debolezza, la povertà diventano scuola di fiducia e di abbandono in Dio. La superbia, la forza e la ricchezza portano l’uomo a illudersi di non aver bisogno di nessuno e chiudono il suo cuore ai bisogni del prossimo ed all’incontro fiducioso con Dio.

A queste si aggiungono le ragioni teologiche più profonde, che sono quelle collegate all’incarnazione del Figlio di Dio: facendosi uomo e svuotandosi del suo essere di natura divina (cfr Fil 2,6-8 e 2 Cor 8,9) è Gesù ad aver scelto per sé l’ultimo posto pur potendo esigere, a buon diritto, il primo; ed è ancora lui ad aver elargito la sua stessa vita in favore di coloro che non potevano ricambiarlo, vale a dire in favore nostro, in totale ed assoluta gratuità.

Se sapremo abbracciare la via dell’umiltà e della gratuità nella sequela di Gesù Cristo, allora anche per noi si potrà realizzare quell’innalzamento descritto dall’autore della Lettera agli Ebrei nella seconda lettura di questa domenica: “Voi vi siete accostati al monte Sion, alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste e a migliaia di angeli, all’adunanza festosa e all’assemblea dei primogeniti i cui nomi sono scritti nei cieli, al Dio giudice di tutti e agli spiriti dei giusti resi perfetti, a Gesù, mediatore dell’alleanza nuova” (Eb 12,22-24).

Per poterci anche noi “accostare all’adunanza festosa e all’assemblea dei primogeniti” proviamo allora a sottoporci anche noi al test dell’umiltà e della gratuità, sia da una prospettiva personale sia da una angolatura più propriamente ecclesiale. Da un punto di vista personale domandiamoci: mi interessa farmi notare dagli uomini o piacere a Dio? Le mie «buone azioni» esprimono amore gratuito o sono una forma di prestito a interesse? Nelle nostre comunità cristiane c’è posto per il piccolo, il povero e lo “scartato”? per chi non ha niente da offrire ma solo, eventualmente, bisogni di cui farsi carico?

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