Messina Denaro, le questioni ancora aperte

La marcia dell’Agesci a Palermo l’estate scorsa con la presenza di don Ciotti (foto da FB Agesci)

Prof! Hanno arrestato Matteo Messina Denaro!”. Risuonano in classe le parole di Lorenzo, che lo scorso anno ha partecipato alla redazione del libro Se la gioventù le negherà il consenso e che sta facendo con i compagni di classe una rassegna stampa quotidiana da oltre ottocento giorni.
Annuncia anche ai compagni di classe la latitanza ormai trentennale di uno dei più ricercati criminali del mondo. Un arresto avvenuto esattamente un giorno dopo l’anniversario della cattura di Totò Riina, finito in manette a Palermo il 15 gennaio 1993.

Se Totò Riina, il “Capo dei capi”, “la belva”, latitante dal 1969, fu l’uomo della stagione del maxiprocesso, della guerra di mafia, di un attacco senza precedenti allo Stato, firmando negli anni Ottanta gli omicidi di Piersanti Mattarella, Pio La Torre, Rocco Chinnici, e fu responsabile delle stragi di Capaci e di Via d’Amelio, Matteo Messina Denaro, il boss di Castelvetrano resosi latitante proprio nell’estate del 1993, rappresenta il volto della mafia nel dopo Riina. Una mafia non meno violenta di quella del Capo dei Capi: Messina Denaro uccise per la prima volta a 19 anni, e fra i suoi delitti c’è anche quello del piccolo Giuseppe di Matteo – rapito per convincere il padre a ritrattare le informazioni fornite ai magistrati – ucciso e sciolto nell’acido dopo oltre 700 giorni di prigionia.

Con lui continua la scelta stragista della mafia, che negli attentati del ’93 a Roma, Firenze e Milano causò la morte di 10 persone e il ferimento di oltre cento, ma Messina Denaro è anche il boss “imprendibile” che ha traghettato la mafia in questi trent’anni nei quali è aumentata l’internazionalizzazione della criminalità e si è fatta più forte la presenza dei cartelli della droga; è l’uomo che ha adattato la mafia alle nuove forme della politica, che ha cambiato strategie di azione, che ha governato Cosa nostra nel periodo in cui le mafie si sono infiltrate sempre più decisamente nei settori finanziari, che ha avvicinato e coinvolto, da quanto emerge dalle prime indiscrezioni, i mondi delle persone “che contano” nel nostro Paese: in questo senso anche i silenzi dopo l’arresto sono eloquenti.

 

Alberto Conci, curatore del libro collettivo “Se la gioventù le negherà il consenso” – edizioni Àncora – uscito nel trentennale delle stragi di Capaci e Via D’Amelio

 

Dobbiamo dunque esserne felici: la cattura di un criminale ricercato da decenni e implicato in alcune delle vicende più oscure della nostra storia recente è il segno della capacità della magistratura e delle forze dell’ordine di continuare in quel difficile lavoro di contrasto alle mafie inaugurato dagli uomini del pool di Palermo Chinnici, Falcone, Borsellino, Guarnotta, Di Lello, Caponnetto, grazie ai quali venne istituito il maxiprocesso. Non sono mancate tuttavia in questi giorni le letture critiche sul piano politico o su quello giudiziario, è stata sventolata la bandiera dello scambio, c’è chi ha enfatizzato la malattia come motivo di un presunto tradimento del boss.

Sulla fondatezza di tante uscite della prima ora impossibile esprimersi. Ma credo che l’arresto del boss di Castelvetrano ponga almeno quattro questioni.

La prima sulle coperture di cui ha potuto godere, non solo a “casa propria” da parte di chi ne conosceva l’identità, ma anche a livello politico: difficile immaginare una latitanza di tanti anni senza complicità anche a livelli alti.

La seconda questione è quella delle scelte che farà Matteo Messina Denaro durante interrogatori e processi, optando o meno per la collaborazione con gli inquirenti.

La terza riguarda lo sforzo che il Paese dovrà fare per tenere accesi i riflettori sul “dopo”: la storia della criminalità mafiosa ci insegna bene che ogni vuoto è riempito in fretta, o scatenando guerre di mafia o insediando chi era già stato designato come successore.

La quarta questione riguarda la risposta civile del Paese: serve a poco il lavoro dei magistrati se non si colgono le occasioni per riflettere sulle complicità quotidiane, se l’interesse personale continua a prevalere sull’interesse collettivo: occorre essere consapevoli che ciascuno può sempre fare qualcosa per scardinare il fondamento su cui poggia la cultura mafiosa, che si presenta sempre con un volto seducente a chi accetta il suo potere, mentre condanna a morte chi crede nella giustizia e nei valori costituzionali.

Ne erano convinti uomini come Chinnici o Borsellino, che riconobbero nella scuola il luogo principe per la costruzione di un futuro libero dalla mafia. L’impegno di contrasto alla criminalità che un arresto di questo genere richiede lo dobbiamo a loro; ma prima ancora alle giovani generazioni, che hanno diritto a vivere in un Paese libero dalla sottocultura della sopraffazione e della violenza.

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