De Gasperi, le terre di confine, la ricerca di un “bene comune”

Alcide De Gasperi

LO SPUNTO:

Ritorna il 18 agosto, nell’anniversario della morte di Alcide De Gasperi, l’incontro in ricordo dello statista nel suo paese natale, Pieve Tesino. Momento centrale è la “Lectio magistralis” su un aspetto fondamentale della sua azione politica che quest’anno sarà tenuta dalla vicepresidente della Corte Costituzionale Daria de Pretis. L’appuntamento è previsto per le 17 e avrà per tema “Una Autonomia oltre i confini, De Gasperi e il primato del bene comune“. (Fondazione Alcide De Gasperi)

La “Lectio” degasperiana è quest’anno particolarmente significativa per il ruolo della persona chiamata a pronunciarla, Daria de Pretis, vicepresidente della Corte costituzionale, il massimo organo di garanzia delle libertà e della convivenza nel nostro Paese. Ma risulta importante forse soprattutto per chi è chiamato ad ascoltarla, non solo gli invitati, ma i cittadini tutti del Trentino, uomini e donne “liberi e forti” grazie alla Costituzione repubblicana del 1948 che ha sancito la lotta contro le dittature (non solo politiche, ma sociali, mediatiche, consumistiche) ha ripudiato la guerra e ha introdotto l’autonomia con l’Alto Adige-Suedtirol, la terra di confine adiacente, due facce di una stessa medaglia. “Liberi e forti” era lo “slogan” del Partito Popolare quando nacque con Sturzo nel 1919, al quale De Gasperi, segretario del Partito Popolare Trentino che s’era già costituito nel 1904, subito aderì. Portare avanti questo impegno perché il “suo” popolo non avesse più privilegi, ma una maggiore dignità e identità, perché fosse un esempio di pace per l’Europa, divenne poi il proposito di tutta la sua azione politica e di tutta la sua vita. È questo infatti il ruolo di un territorio di confine, è questo lo stile (sobrietà, onestà, responsabilità) che viene richiesto alla sua gente perché sappia resistere a chi vuole sfruttarla, omologarla, trascinarla nella palude del consumismo o nei pregiudizi delle “fake news”. A questo serve un’Autonomia, a “resistere”, e per questo la Costituzione italiana l’ha riconosciuta alle popolazioni di confine. I confini, infatti, sono realtà a doppio taglio e vanno gestiti con attenzione se non si vuole che diventino distruttivi, come lo è diventato, fino a sfociare in una sciagurata guerra, il confine fra Russa e Ucraina. Il confine può essere barriera o cerniera, ostacolo o soglia. È una porta dalla quale si può entrare, ma che può essere sbattuta in faccia. De Gasperi, “trentino prestato all’Italia” sapeva tutto questo, perché era egli stesso un uomo di confine. Aveva conosciuto tutte le contraddizioni dell’essere uomo di confine, ma aveva provato anche tutte le risorse morali e intellettuali che derivano dal confronto con altre culture. Sapeva che gli uomini di confine vivono fra i conflitti, ma sapeva che essi hanno al tempo stesso gli strumenti per comporli, purché padroni e responsabili di se stessi.

Per questo De Gasperi si batté per l’Autonomia dopo le fratture (e le barriere) provocate dai nazionalismi e dalle violenze delle due Grandi Guerre. L’Autonomia era l’unico modo per sanarne le ferite e superarne i rancori. È stata una scommessa difficile, ma che ha avuto successo, L’Autonomia, pur con le sue traversie, ha portato pace e promozione sociale alle due province, ha costruito identità, ha fatto del loro territorio una delle regioni più vivibili d’Europa. Ma oggi – ed ecco il senso della “lectio” degasperiana, e del suo titolo…”oltre i confini, per il bene comune” – oggi i cittadini “liberi e forti” che si riconoscono nell’Autonomia e guardano alla sua vocazione, sono chiamati ad essere particolarmente attenti agli scricchiolii di crisi (di stanchezza? di usura?) che tutto l’impianto geopolitico sta manifestando, con un’Autonomia spesso usata da gruppi di potere per lucrare interessi e risorse, o come pretesto per richiami demagogici volti a ottenere consensi elettorali, oppure alibi per celare manchevolezze e sprechi. Quanto di più lontano ci sia dalla ricerca di un “bene comune”. È soprattutto per reagire a questa crescente distorsione e disaffezione dell’Autonomia che merita particolare ascolto la lezione su De Gasperi della professoressa de Pretis. Gli “scricchioli” dell’edificio autonomista, infatti, sono molti e richiedono un rinnovamento di atteggiamenti e di comportamenti nei cittadini, negli amministratori, nella classe politica più di nuove architetture istituzionali che in questa fase apparirebbero una fuga in avanti. Un segno di crisi preoccupante viene dagli scossoni dati alla stessa realtà istituzionale italiana, minacciata da un presidenzialismo che mira palesemente a uno sbocco demagogico. Come tutti i populismi dietro un’apparenza di più ampia e diretta democrazia, anche il presidenzialismo si rivela uno strumento volto a rendere inappellabile il potere, a sottrarlo ai controlli e alle necessarie mediazioni di rappresentanze partecipate. Un altro segnale preoccupante viene dalle proposte di “autonomie differenziate” che non si sa bene dove portino (di certo a squilibri territoriali maggiori di quelli già esistenti) perché l’Autonomia non è uno strumento per ogni stagione, ha bisogno anche di riferimenti “centrali” come i problemi emersi nella sanità durante la pandemia Covid hanno mostrato. Venendo poi al Trentino l’autonomia è apparsa carente almeno su tre fronti. In primo luogo è venuto a mancare un più proficuo scambio di esperienze con l’Alto Adige (nel turismo, nella valorizzazione dei mestieri e dell’artigianato, nel paesaggio che è il vero presidio di ogni identità). Il secondo fronte è quello dell’Europa e del ruolo di pace che l’Autonomia “di una terra di confine” è chiamata a svolgere. In questo senso l’Euregio, con il suo radicamento locale e la sua presenza a Bruxelles dovrà essere sostenuta e rafforzata, ma anche indirizzata a far conoscere meglio le esigenze di minoranze nel lavoro e nel “sentire” di una cultura alpina.

E poi le Autonomie dovranno farsi sentire sulla pace, essere protagoniste di iniziative di pace nelle terre di confine (come quelle ucraine) contro revanchismi e nazionalismi da qualsiasi parte essi provengano. Solo con la pace, occorre gridarlo forte, si sanano errori e prepotenze anche antiche. Il terzo fronte è quello interno e richiede certo meno megastrutture, meno “eventi” e più investimenti in cultura (università scuola, tessuto familiare …) in promozione di uomini, donne e bambini, in lavoro. Solo così sarà possibile tornare esempio di un buon governo per il bene comune e di “resistenza” alle sopraffazioni speculative e monopolistiche che, chiamando a pretesto il mercato, calpestano le piccole realtà autonome.

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