Siamo in attesa della manifestazione del Signore

Illustrazione di (c) Fabio Vettori

Domenica 3 dicembre 2023 – I di Avvento Anno B

Is 63,16-17.19; 64,1-7; 1Cor 1,3-9; Mc 13,33-37

«Se tu squarciassi i cieli e scendessi! Davanti a te sussulterebbero i monti». Is 63,19

«Tempo del primo avvento/ tempo del secondo avvento/ sempre tempo d’avvento:/ esistenza, condizione/ d’esilio e di rimpianto», così cantava p. David M. Turoldo nella sua “Ballata della speranza”.

Le letture di questa prima domenica di avvento hanno come nucleo centrale proprio l’attesa di Dio e la speranza che questa attesa suscita. La prima lettura è tratta dal cosiddetto Terzo Isaia, scritto dopo il 538 a.C. quando gli israeliti sono da poco rientrati e in parte stanno ancora rientrando a piccoli gruppi dall’esilio babilonese. È un brano rappresentativo della speranza d’Israele, ci ricorda che la venuta di Dio dentro la nostra storia è un atto del suo amore libero e paterno: «Ritorna per amore dei tuoi servi», «Tu, Signore, sei nostro Padre». Ci ricorda anche l’importanza di supportare la speranza con l’invocazione che sa osare fino a trasformarsi in grido: «Se tu squarciassi i cieli e scendessi!». Attendere Dio, ci ricorda la vicenda d’Israele, significa prima di tutto desiderarlo e invocare che si manifesti e si renda presente nella nostra vita e nella nostra storia. Da parte nostra, oggi, c’è questo tipo di attesa fatta di desiderio, di preghiera, di invocazione, di grido?

La seconda lettura è tratta dalla prima lettera ai Corinzi, scritta dall’apostolo Paolo probabilmente nella primavera del 57 d.C., durante il suo lungo soggiorno ad Efeso. L’attesa di Dio è ormai riletta in chiave cristiana: è l’attesa della «manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo». È un’attesa che ha bisogno di essere sostenuta dall’azione e dalla fedeltà stessa di Dio: «Egli vi renderà saldi fino alla fine, irreprensibili nel giorno del Signore nostro Gesù Cristo. Degno di fede è Dio». È un’attesa che culminerà nella comunione stessa con il Signore, cioè in una relazione piena che ci coinvolge come singole persone e come comunità. Tutto ciò si realizza attraverso la chiamata, da parte di Dio, «alla comunione con il Figlio suo Gesù Cristo, Signore nostro». Ciò significa prendere coscienza che la nostra vita è un tempo di mezzo; che attendere Dio significa rendersi conto che stiamo tra la prima e la seconda venuta di Cristo; che abbiamo bisogno del suo sostegno e che ciò che ci aspetta è la comunione con lui, cioè la partecipazione alla comunione trinitaria.

Il brano tratto dal vangelo di Marco (evangelista che ci accompagnerà nel corso di quest’anno) costituisce un ulteriore approfondimento della nostra riflessione sull’attesa. Oltre che un tempo di mezzo, quello che stiamo vivendo è anche un tempo indeterminato: non sappiamo quando Gesù tornerà, e non ci sono previsioni certe e vincolanti. Per questo la nostra attesa deve essere vigilante, deve essere l’attesa di chi si mantiene in ogni momento pronto all’incontro definitivo con il Signore: «Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento», «Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà», «Quello che dico a voi lo dico a tutti: Vegliate!» La nostra attesa dev’essere perciò caratterizzata sia da una forte carica di vigilanza, sia da una tensione verso l’incontro finale per essere pronti in ogni momento. La nostra vita è chiamata a diventare una “ballata della speranza”.

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