Biden nella trappola mediorientale

Il Segretario di Stato americano Antony Blinken con il primo ministro di Israele Benjamin Netanyahu. Foto ANSA/SIR

Il Segretario di Stato americano Antony Blinken si è recato per la quinta volta in Medio Oriente nel giro di poco meno di 5 mesi, dal 7 ottobre scorso giorno dell’attacco di Hamas ad Israele. Da allora la situazione nella regione non ha fatto altro che aggravarsi e complicarsi con l’irrompere sulla scena di nuovi attori. Dagli Houthi dello Yemen alle milizie filoiraniane di Iraq e Siria.

Sembra davvero che Blinken giri a vuoto fra una capitale e l’altra del Medio Oriente e che per un’America alla disperata ricerca di attenuare lo scontro Israele-Hamas il destino riservi invece un sempre maggiore coinvolgimento diretto nel conflitto. In questi ultimi giorni, come è noto, un nuovo fronte antiamericano si è aperto ai confini nord dell’area di conflitto israelo-palestinese e precisamente sul confine fra Giordania e Siria. Un inaspettato attacco di droni armati su un avamposto militare statunitense ha provocato la morte di tre soldati americani e il ferimento di un’altra quarantina. A rivendicare questa drammatica azione sono state le milizie sciite filo Teheran che operano indisturbate intorno alla frontiera fra Iraq e Siria. Questi gruppi armati che in Iraq hanno il nome di Resistenza Islamica sono ufficialmente addestrati, finanziati, forniti di materiale bellico dalla Forza Iraniana Quds, un’unità di intelligence che fa parte della Guardia Rivoluzionaria Islamica alle dirette dipendenze dell’Ayatollah Khamenei, leader incontrastato dell’Iran. Facile aspettarsi che di fronte alla morte di tre soldati americani Washington dovesse reagire. Ciò è avvenuto qualche giorno più tardi quando le salme dei tre militari sono tornati in patria accolte dal Presidente Joe Biden. Naturalmente i repubblicani di Donald Trump hanno accusato Biden di scarsa capacità politica per il ritardo con cui ha reagito. Ma la verità è che Biden ha voluto avere la ragionevole certezza che il personale iraniano distaccato presso le milizie sciite potesse allontanarsi prima dei bombardamenti americani sui siti dove esse si annidano.

La potenza della ritorsione statunitense è sottolineata dall’uso di bombardieri strategici B-1 partiti addirittura dal Texas. Ma al tempo stesso si è evitato accuratamente di colpire il territorio iraniano all’evidente scopo di non coinvolgere direttamente Teheran.

L’ayatollah Khamenei ha solamente dichiarato che gli americani hanno compiuto un errore strategico aumentando di fatto la tensione e l’instabilità nel Medio Oriente. In realtà le basi americane in quell’area hanno subìto da ottobre ben 166 attacchi, tutti sventati e in ogni caso senza vittime militari. Va infatti ricordato che gli Stati Uniti mantengono numerosi avamposti in quest’area di crisi dove la penetrazione iraniana sciita è particolarmente massiccia: 3000 militari stanno sul confine nord della Giordania, un prezioso alleato, con il compito di vegliare su ciò che succede più a nord in Siria e Iraq. Anche in questi due paesi poco o per nulla filoamericani Washington ha avamposti: 2500 marines in Iraq che ancora risalgono al periodo in cui Bagdad e Washington combattevano assieme i terroristi dell’Isis (in quel caso sunniti) e circa 900 uomini nel nord est della Siria per sostenere la lotta, sempre contro l’Isis, dei curdi siriani. Solo che in quest’ultimo caso il governo siriano considera gli americani come truppe di occupazione.

Insomma, un autentico rompicapo per il governo Usa che è costretto a muoversi contro un nemico, l’Iran, ben più attrezzato e a conoscenza di un territorio che in grande parte influenza.

Di qui la cautela di Biden che teme di rimanere impelagato nuovamente nel Medio Oriente dopo l’abbandono americano dell’Iraq e la rovinosa ritirata dall’Afghanistan.

Il guaio è che nel sud continuano gli attacchi alle navi commerciali da parte degli Houthi che malgrado i continui bombardamenti da parte Usa e della Gran Bretagna sembrano non esaurire mai i missili e i droni forniti in abbondanza da Teheran. L’inefficacia, almeno fino ad oggi, delle azioni militari contro gli Houthi dello Yemen rischia in qualche modo di intaccare il mito della potenza americana e a maggior ragione Biden non vuole estendere oltre il necessario il nuovo fronte che si è aperto al nord.

La verità, tuttavia, è che questa enorme instabilità mediorientale ruota tutta intorno alla incessante ostilità fra Israele e la Palestina. È questa certamente “la madre di tutte le guerre e instabilità”. Un vecchio problema che si ripropone periodicamente dalla guerra dei 6 giorni del 1967 fino ad oggi. Un problema che sembrava istradarsi sulla via di una possibile soluzione con gli accordi di Abramo, che prevedevano il riconoscimento e la cooperazione con Israele da parte degli stati arabi, a cominciare dall’Arabia Saudita, a fronte dell’impegno di Gerusalemme per il progetto dei due Stati, israeliano e palestinese. Ci ha pensato Teheran a fare saltare il tavolo con l’attacco di Hamas e in tempi successivi con analoghi attacchi all’occidente tramite gli Houthi e le milizie islamiche di Siria e Iraq. Insomma, l’Iran ha una grande strategia di dominio, mentre Usa ed Europa brancolano nel buio.

Per Biden la partita Israele-Gaza è inoltre di vitale importanza perché su di essa si è aperta la battaglia per le elezioni presidenziali di novembre che in larga parte dipenderanno dall’esito della guerra mediorientale. Ma convincere il governo estremista di Benjamin Netanyahu a venire a patti con Hamas ed al contempo evitare l’allargamento dell’impegno militare diretto degli Usa nel resto della regione sarà estremamente complicato.

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