«A quanti lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio»

4 gennaio 2026 – II Domenica dopo Natale A

Letture: Sir 24,1-4. 12-16; Sal 147; Ef 1,3-6. 15-18; Gv 1,1-18

«A quanti lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio» (Gv 1,12).

Nell’atmosfera del Natale, le letture di oggi ci invitano a guardare in alto: alla Sapienza che tutto sostiene (Sir 24,1-4.12-16), al progetto divino che nulla lascia al caso (Ef 1,3-6.15-18) e alla Parola che si fa carne per raccontare Dio (Gv 1,1-18). È uno sguardo positivo sul destino dell’umanità e del creato e insieme una risposta alle domande perenni: da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?

Il vangelo si apre con un volo d’aquila: «In principio era la Parola, e la Parola era presso Dio, e la Parola era Dio» (1,1). Dall’abbraccio del Padre, la Parola si pone in cammino: prende dimora nel grembo di una donna, abita la fragilità di un corpo. Dio non abita in una tenda nel deserto, non dimora in un tempio di pietra: Dio sceglie la relazione. Il Dio trascendente non resta chiuso in se stesso: mediante la Parola squarcia il suo mistero. Come Adamo diventa se stesso solo davanti a un tu (Gen 2,18. 23), così Dio si fa relazione, «venne fra i suoi» (v. 11), iniziando un dialogo aperto all’accoglienza e al rifiuto.

L’inno di Giovanni segue il movimento della Parola. Da Dio alla nostra storia e di nuovo a Dio, portando con sé coloro che hanno spalancato le porte a Cristo: «A quanti l’hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio» (v. 12). Credere con Giovanni che «la Parola si è fatta carne» (v. 14) è confessare che Dio ha scelto il terreno delle nostre debolezze, delle ferite, persino della morte, come luogo della rivelazione. Ora, la nostra carne è prolungamento dell’umanità di Gesù; ora la paternità di Dio si manifesta nella fragilità delle nostre relazioni.

Gesù non porta un sistema di pensiero, ma la vita: «Sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (Gv 10,10). Criterio di discernimento diventa allora la relazione con Lui: luce o tenebra, accoglienza o rifiuto, amore che costruisce o odio che spegne.

La ricerca della luce nasce dalla contemplazione della vita concreta, tessuta di ombre e bagliori, ma intrisa di Dio. Il Vangelo ci educa a guardare tutto con lo sguardo di Dio: scorgere nel fango il riflesso del cielo, intuire il Regno in ogni germoglio nascosto, riconoscere la dignità di ogni volto. Cercare la luce è amare la terra e chi la abita. La tenda della Parola si pianta nei gesti minimi che custodiscono la vita: un saluto che ricuce, un tempo donato, una scelta sobria, un perdono coraggioso.

In questo cammino, la benedizione ci precede (Ef 1,3). Non siamo inadeguati: Dio ci ha scelto, crede in noi, ci affida gli uni agli altri. «Dio viene nel mondo come figlio per renderci figli. Oggi Dio ci meraviglia. Dice a ciascuno: tu sei una meraviglia» (Papa Francesco). Accogliere la Parola significa imparare lo stile di Dio: prossimità, ascolto, comunione.

Da questa certezza nasce la missione: seminare luce, accompagnare l’altro verso la vita; costruire ponti, abbattere muri. Non la logica del conflitto, ma la scelta della pace; non l’indifferenza, ma la cura. In un tempo ferito da guerre, da fragilità che dividono, da migrazioni e crisi del creato, la Parola si fa carne nelle ferite che incontriamo: custodire ciò che vive, proteggere ciò che cresce, onorare ciò che soffre è la nostra responsabilità. Così la tenda di Dio si dilata: dove qualcuno trova casa, speranza e pane, lì la Parola abita.

Chiediamoci: il contatto con noi e le nostre comunità genera vita? Le nostre scelte accendono speranza? Chi ci incontra riparte con il desiderio di pienezza?

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