“È vero che il contrasto tra la generazione dei giovani e quella degli adulti è sempre esistito, ma oggi sta assumendo un’importanza maggiore di quella che poteva avere un tempo. Il contrasto ha assunto oggi dimensioni tali, che non ci si trova più di fronte ad una generica gioventù, ma si tratta piuttosto di una vera e propria “società dei giovani” in contrasto con una “società degli adulti”. […] I modelli di comportamento, d’altra parte, cambiano con molta rapidità e una società industrializzata ha sempre meno bisogno di persone che ripetano ciò che hanno imparato in precedenza e sempre più di persone che sappiano adattarsi a situazioni nuove”.
Potrebbero sembrare parole scritte oggi in un giornale, eppure si leggono nella prima pagina dell’edizione numero 13 di Vita Trentina, del 28 marzo 1968.
Il Sessantotto è ricordato come l’anno simbolo delle proteste studentesche, e Trento in particolare si distingue per le provocazioni dei suoi studenti di Sociologia. Questi occupano per mesi le sedi accademiche, con proteste, manifestazioni pacifiche che percorrono diversi paesi d’Europa, ma anche l’America e addirittura superano la cortina di ferro, con manifesti che arrivano direttamente dalla Cecoslovacchia e dalla Polonia. I giovani irrompono nel discorso pubblico chiedendo alle istituzioni una maggior considerazione.
Proprio nel periodo di attesa della Pasqua di quell’anno fece un certo clamore l’interruzione in Duomo delle Messe quaresimali, da parte di un gruppo di studenti, per discutere con il prete incaricato di tenere l’omelia. Tra queste proteste, si ricorda in particolare il “Controquaresimale” del 26 marzo 1968. Si trattava di provocazioni vive e urgenti, sintomo dell’impellenza con cui la gioventù di quegli anni sentiva la necessità del cambiamento. Le proteste chiedevano un cambiamento dei metodi di insegnamento nelle scuole e nelle università, ma non solo: le richieste riguardavano anche il problema dell’occupazione dei giovani e l’importanza di un coinvolgimento maggiore della gioventù nella politica. Quello che si imponeva era una vera e propria nuova visione del mondo e la necessità dei giovani di prendervi parte.
Le “due società”, di giovani e adulti, si scontravano, ognuna con le sue ragioni. È un gap generazionale che sembra eternamente incolmabile. Una consapevolezza che era nata già allora.
“La maggior esperienza induce spesso l’adulto ad ingannarsi nel giudizio sul comportamento del giovane. È come se l’adulto disponesse di schemi di riferimento da lui considerati infallibili”, si legge nell’apertura di Vita Trentina di giovedì 28 marzo 1968. “Di qui il giovane rifiuta l’adulto come semidio onnisciente, e nasce in lui il bisogno di una autonomia legata al fatto che l’individuo non può, per prendere intelligentemente le sue decisioni, contare sui riferimenti ai “precedenti” ma deve inventare soluzioni pertinenti alla perenne novità dei casi”.
Tuttora le giovani generazioni devono lottare per venire “prese sul serio”, per chiedere alle istituzioni sia accademiche che di governo di riconoscere i loro nuovi schemi, le loro visioni, le loro richieste come valide, anche se in disaccordo con quelle precedenti. Sono un esempio le proteste pacifiste o contro il cambiamento climatico.
Ad oggi bisogna riconoscere che alcuni cambiamenti si sono imposti: la scuola responsabile dell’orientamento verso il mondo del lavoro, le scuole più aperte alla creatività personale e il dialogo con la famiglia al posto dell’intransigenza delle istituzioni. Questi cambiamenti hanno sollevato nuove criticità ma è indubbio che ci siano stati. Un passo alla volta, anche grazie ai cori di protesta di giovani intenzionati a far sentire la propria voce.