Domenica III di Pasqua: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?»

19 aprile: Domenica III di Pasqua A

Letture: At 2,14a. 22-33; Sal 15; 1Pt 1,17-21; Lc 24,13-35

«Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?» (Lc 24,32).

Nella narrazione lucana tutto accade «nello stesso giorno» (24,13): l’annuncio alle donne, il cammino verso Emmaus, l’apparizione ai discepoli, la promessa dello Spirito. L’evangelista sembra affermare che la risurrezione ha generato uno spazio nuovo, un giorno senza fine. Ogni generazione che accoglie la testimonianza di Gesù abita questo spazio, incontra l’annuncio, cammina con il Risorto e viene da Lui inviata.

Come può accadere questo? Luca risponde con un motivo che attraversa tutto il suo vangelo: accogliendo la parola. Maria è proclamata beata perché «ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore» (1,45); Gesù dichiara che la sua famiglia è costituita da «coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica» (8,21). Nel capitolo finale, ogni incontro è focalizzato sulla parola: le donne al sepolcro «si ricordarono delle sue parole» (24,8); sulla strada di Emmaus il Risorto «spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui» (24,27); apparendo alla comunità riunita in Gerusalemme, «aprì loro la mente per comprendere le Scritture» (24,45).

Tuttavia, Luca sottolinea che la parola non basta: la testimonianza delle donne è accolta con scetticismo (v. 22); l’annuncio gioioso dei due di Emmaus non apre alla fede (v. 37). Anche le nostre parole, talvolta, non fanno ardere il cuore. Cosa manca?

L’evangelista risponde che la parola deve farsi esperienza, l’esperienza di un incontro che cambia la vita.

Il discepolo deve camminare con Gesù, toccare e vedere: «Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io!» (24,39). Mani e piedi ricordano l’esperienza vissuta: il cammino per le strade della Galilea, le persone guarite, ma anche il dolore della fine. Mani e piedi piagati che trasfigurati nella risurrezione non sono più testimoni di odio, ma annunciano perdono; non più segni di fallimento, ma di un inizio nuovo.

La comunità deve sedersi a tavola con lui: mangiare insieme è riconoscersi famiglia, condividere la vita. Per i discepoli, inoltre, mangiare con il Risorto ricorda l’ultima cena, dove il Maestro si era donato come pane e vino in un gesto d’amore senza limiti.

Soltanto l’esperienza della presenza apre all’accoglienza della parola. L’esegeta Gesù dischiude le Scritture offrendo la propria persona come chiave di lettura. In dialogo con Lui, la Scrittura cessa di essere lettera morta e diventa relazione viva che scalda il cuore e pone in cammino: «Di questo voi siete testimoni» (24,48).

Testimoniare è vivere la parola, perché non si può annunciare Cristo senza riflettere la sua immagine. Testimoniare è lasciare che la nostra vita diventi il luogo in cui Cristo può essere incontrato, proprio come accadde all’inizio dell’esperienza cristiana raccontata nel libro degli Atti e nelle lettere di Pietro. Per questo missione è incontro, è porre il fratello faccia a faccia con Cristo perché possa risorgere con Lui, nella conversione e nel perdono.

Per noi, come per i primi discepoli, è difficile credere nel perdono, vivere nella certezza di essere creature nuove. Eppure, il Risorto cammina con noi, invitandoci a essere persone di riconciliazione: contemplativi, capaci di vedere la storia con lo sguardo di Dio, e missionari, pronti a camminare con ogni fratello per condurlo a Gesù.

Chiediamoci: Sappiamo riconoscere il Risorto che cammina al nostro fianco? La Sua parola fa ardere il nostro cuore?

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