Sull’altipiano di Brentonico, la Festa del Primo Maggio torna a farsi spazio di incontro, riflessione e cultura condivisa, e quest’anno lo fa ampliando il proprio respiro su due giornate dense di contenuti e presenze significative. Non solo musica e convivialità, ma un vero e proprio crocevia di storie che parlano di diritti, conflitti e dignità, in cui alcune voci assumono un rilievo particolare per la profondità del lavoro che portano avanti.
Tra gli ospiti più attesi, il primo nome è quello del giornalista gazawi Hassan Selmi, presenza carica di significato umano e politico. Con lui gli organizzatori, e tanti trentini che hanno seguito i collegamenti in diretta da Gaza promossi dal Circolo Arci di Brentonico, si incontrano finalmente di persona dopo oltre un anno di collaborazioni a distanza, costruite tra connessioni fragili e quotidianità segnate dal conflitto.
Accanto a Selmi, Marcella Brancaforte e Raffaele Oriani porteranno a Brentonico il progetto “Be My Voice”, nato proprio dalla relazione diretta con Selmi: lui racconta, giorno dopo giorno, la vita sotto assedio; Brancaforte traduce quelle parole in disegno, trasformando la cronaca in immagini immediate, capaci di colpire anche chi resta distante dai contesti di guerra. Oriani contribuisce a costruire una cornice narrativa e critica, dando profondità e continuità a questo dialogo tra parola e immagine. Il risultato è una forma di racconto ibrida, a metà tra reportage, arte e memoria, che restituisce umanità a una tragedia troppo spesso ridotta a numeri.
Il percorso della festa si apre alla dimensione internazionale anche attraverso il pranzo del 1° maggio dedicato al Sudan. Il menù proposto non è solo gastronomia, ma racconto: rappresenta un’epoca pre-guerra, quando la quotidianità era ancora possibile, mentre oggi nel paese c’è chi è costretto a cibarsi di foglie e radici per sopravvivere. Il Sudan è oggi al centro di una delle più gravi crisi umanitarie contemporanee: milioni di persone sono state costrette a fuggire e gran parte della popolazione vive in condizioni di insicurezza alimentare estrema, mentre città come Khartoum sono devastate e i servizi essenziali collassati.
Il menù del pranzo prevede riso cucinato con foglie di malva, insalata di melanzane fritte e altre verdure e un dolce a base di pistacchio e mandorla- (prenotazione -SMS o WhatsApp- 347 816 3384 – offerta minima 10 euro). Il ricavato sarà destinato alle Emergency Response Rooms, reti di volontariato nate dal basso che in Sudan garantiscono pasti, cure e supporto alle comunità locali, spesso rischiando direttamente la vita. Le Emergency response Room sono modello di resistenza civile che continua a sostenere milioni di persone, laddove lo Stato e le infrastrutture non riescono più a farlo. A raccontare più da vicino questa situazione sarà, subito dopo il pranzo, il giornalista sudanese Abdelazim Adam Koko, che porterà una testimonianza diretta sulla crisi in corso.
Il giorno successivo, la mattina del 2 maggio sarà dedicata alla danza con un laboratorio di Dabke, una danza folkloristica palestinese profondamente legata alle celebrazioni comunitarie. Il dabke è una danza collettiva, ritmata e corale, che si esegue in gruppo e che rappresenta identità, appartenenza e coesione sociale. A guidarla sarà Ahmad Alghirbawi, arrivato da pochi mesi dalla Striscia e amico del roveretano Abdallah Inshasi, conosciuto sul territorio per il suo lavoro di sensibilizzazione sulla questione palestinese anche attraverso lo sport del parkour, utilizzato come linguaggio di racconto e resistenza.
Nel pomeriggio del 2 maggio, il tema si sposta su un altro nodo cruciale, profondamente legato al senso stesso del Primo Maggio: il lavoro. Non solo come diritto, ma come strumento di dignità e possibilità. L’incontro “Lavorare per ricominciare: cosa succede davvero dentro e fuori dal carcere?” affronta il tema del lavoro in carcere, mettendo in luce una contraddizione evidente: se il Primo Maggio celebra il lavoro come fondamento della cittadinanza, cosa accade quando questo diritto viene meno proprio nei luoghi dove dovrebbe essere strumento di reinserimento? Nel sistema penitenziario italiano, infatti, il lavoro resta un privilegio per pochi detenuti, spesso sottopagato e discontinuo. Eppure è proprio lì che il lavoro potrebbe avere il valore più alto: non solo produzione, ma ricostruzione. Le esperienze positive dimostrano che quando il lavoro è reale, formativo e continuativo, riduce drasticamente la recidiva e offre una concreta possibilità di ritorno alla società. Senza queste condizioni, però, il rischio è che resti un principio astratto, lontano dalla vita quotidiana delle persone detenute.