«Non vi lascerò orfani»

10 maggio: Domenica VI di Pasqua A

Letture: At 8,5-8. 14-17; Sal 65; 1Pt 3,15-18; Gv 14,15-21

«Non vi lascerò orfani» (Gv 14,18).

Orfani: è una parola che pesa perché evoca abbandono, solitudine. Gesù la pronuncia nel contesto dell’ultima cena, mentre prepara i suoi al distacco. Ma la pronuncia per negarla: «Non vi lascerò orfani» (v. 18). Proprio nel momento in cui sembra allontanarsi, Gesù promette una vicinanza più intima. Questa prossimità ha un nome: lo Spirito di verità, il Paraclito. Il termine greco significa “chiamato accanto”: lo Spirito è dunque colui che sta al fianco, che sostiene, che consola. Non un sostituto di Gesù, ma la sua stessa presenza in forma nuova.

«Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi» (v. 17). Non più accanto, ma dentro. Non più una voce che proviene dall’esterno, ma un soffio che abita il cuore. Lo Spirito di verità è la memoria creatrice che ci guida a penetrare il mistero di Gesù – via, verità e vita – e ad abitare nella comunione d’amore che lo lega al Padre.

Lo Spirito è anche Colui che ci dona di amare veramente Gesù: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti» (v. 15). Queste parole non costituiscono un “ricatto”, ma la descrizione di una dinamica. L’amore non è un sentimento vago ma si incarna in scelte concrete, in fedeltà quotidiana. Chi ama davvero non può fare a meno di vivere come Gesù ha vissuto, di fare propri i suoi valori, le sue scelte e le sue priorità. E i comandamenti di Gesù, lo sappiamo, si riassumono nell’amore reciproco, nel farsi prossimo attraverso l’annuncio e il servizio.

La prima lettura ci offre un esempio di ciò che accade quando lo Spirito irrompe nell’esistenza di una persona. Filippo non è un apostolo, ma annuncia il Cristo in Samaria, terra di nemici e di “eretici” che ogni buon giudeo doveva evitare. Eppure, è proprio lì che il vangelo trova accoglienza, perché lo Spirito non conosce confini, non rispetta esclusioni. Soffia dove vuole, raggiunge chi emarginiamo, abbatte i muri che costruiamo.

Lo Spirito ci spinge ad annunciare la risurrezione ad un mondo crocifisso, a guarire le ferite di un’umanità che sembra vagare nel buio dell’estraneità e dell’indifferenza. Ciò richiede un discernimento costante, il coraggio di “abitare” le ferite e la pazienza di attendere la loro trasformazione in feritorie.

Per questo la seconda lettura pone una grande enfasi sulla speranza: generati da una speranza vivente (1Pt 1,3), ancorata nella fede nella risurrezione (1,21), i discepoli perseguitati vivono nella pace, «pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi» (3,15). Mi piace sottolineare l’aggiunta: «Tuttavia questo sia fatto con ma con dolcezza e rispetto» (3,15). La testimonianza cristiana è mite, rispettosa, umile: non conosce l’arroganza aggressiva di chi pretende di possedere la verità. Nasce da una vita “bella” che suscita domande, non da parole gridate che impongono risposte.

In un mondo che sembra aver perso la speranza, soffocato da guerre, ingiustizie, indifferenza, queste letture ci ricordano la risurrezione non è un evento del passato: è una corrente sotterranea che attraversa il presente, che fa germogliare vita dove tutto sembra morto. C’è uno Spirito che abita la storia, che lavora nelle pieghe del quotidiano, che trasforma i cuori. Non sempre lo percepiamo, ma crediamo nella promessa di Gesù: «Voi mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete» (Gv 14,19).

Chiediamoci: cosa significa per noi vivere la risurrezione? Sappiamo rendere ragione della speranza che è in noi con mitezza e rispetto, anche quando il mondo è indifferente o ostile?

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