31 maggio: Solennità della Santissima Trinità A
Letture: Es 34,4b-6.8-9; Sal Dn 3,52-56; 2Cor 13,11-13; Gv 3,16-18
«Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito» (Gv 3,16).
«Se si eliminasse la Trinità dai libri teologici, quasi niente cambierebbe nel pensiero e nella vita dei cristiani» (K. Rahner)
«La Trinità è il nostro programma sociale» (N. Fedorov).
Queste due citazioni suggeriscono due possibili approcci al mistero trinitario: considerarlo un “rompicapo” da affidare a specialisti o viverlo come sfida ed esperienza. Le letture di oggi ci chiedono di imboccare decisamente la seconda strada dato che la Parola ci assicura che il mistero trinitario è la nostra identità ed esprimerlo la nostra vocazione. In altri termini, nella Trinità c’è la “chiave” per interpretare e per impostare l’esistenza e per ripensare la vita sociale e le sue strutture.
Nel cammino siamo accompagnati da testimoni diversi:
- Nella prima lettura (Es 34,4b-6.8-9) Mosè ci conduce sul monte, per conoscere chi è Dio: «…misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà» (v. 6).
- Nel vangelo (Gv 3,16-18) la gloria che Mosè aveva desiderato vedere, si rivela come Amore che dona ciò che è profondamente “suo”: il Figlio unigenito.
- Nella seconda lettura (2Cor 13,11-13), infine, Paolo ci sollecita ad intessere rapporti capaci di rendere sperimentabile il mistero d’amore da cui siamo stati incontrati.
È bello notare che le letture si presentano essenzialmente come tre dialoghi, a cui ognuno di noi è invitato a partecipare, sperimentando in prima persona come la storia umana, nella prospettiva biblica, sia letta come storia di Dio che cerca le sue creature, come luogo in cui Dio esce dal suo silenzio per parlare con noi. È un dialogo che conduce al riconoscimento dell’altro come del «Tu che rivelandosi rivela, il Tu della relazione» (M. Buber).
Il vangelo, su cui ci soffermiamo, è parte di un dialogo serrato avvenuto nella notte tra Gesù e Nicodemo (cf. 3,1-2). Si tratta di un fariseo, membro del Sinedrio, che soltanto attraverso un lungo cammino personale riuscirà a porsi dalla parte di Gesù (cf. 7,50-51), manifestando pubblicamente il proprio essere discepolo (cf. 19,39).
Dopo aver rivelato Nicodemo a se stesso, Gesù lo introduce a ciò che renderà possibile la sua “rinascita” (cf. 3,11-15). Non sarà un cammino volontaristico o razionale ma l’immersione in una rete progressiva di relazioni, che lo condurranno dall’esperienza delle «cose della terra» alla conoscenza delle «cose del cielo» (3,12). Al centro di tutto c’è una parola che svela il perché dell’incarnazione, della croce e della salvezza: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio» (v, 16). Notiamo, tuttavia, che il verbo amare si traduce in un altro verbo concreto: “dare”. Amare, infatti, non è un’emozione ma una scelta di vita: Dio dona sé stesso nel Figlio fatto uno di noi.
Il dono di Dio offre salvezza perché Dio non ha mandato il Figlio per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato. Il dono di Gesù di Nazareth costituisce l’apertura dell’amore divino all’umanità tutta: in Lui, Dio si rivela come Padre. Attraverso l’umanità del Figlio, Egli chiama tutti gli esseri umani a divenire consapevoli di ciò che sono: figli, partecipi dello scambio d’amore, di tenerezza e di gloria che costituisce il suo mistero; mandati a continuare la missione di Gesù per annunciare e mostrare che un mondo “altro” è possibile.
Chiediamoci: crediamo che nella Trinità c’è la chiave, per impostare la nostra esistenza, per ripensare la vita ecclesiale e sociale? Le nostre relazioni riflettono l’amore trinitario che ci abita?