«Vedendo le folle, ne sentì compassione»

14 giugno: XI Domenica del Tempo Ordinario A

Letture: Es 19,2-6a; Sal 99; Rm 5,6-11; Mt 9,36–10,8

«Vedendo le folle, ne sentì compassione» (Mt 9,36).

All’origine di tutto c’è uno sguardo. Gesù vede le folle e ne sente compassione: sono stanche, sfinite, «come pecore senza pastore» (v. 36). Non è uno sguardo che giudica o cataloga, ma uno sguardo che si lascia ferire. È lo sguardo stesso del Padre, che nel Figlio si posa sull’umanità dispersa e sofferente.

Per descrivere questo sentire, Matteo utilizza un verbo greco denso di significato, che indica un fremito viscerale, un sommovimento che nasce dalle profondità dell’essere. È il verbo della maternità: evoca l’esperienza di una madre che porta il figlio nel grembo, lo nutre, lo protegge, lo partorisce alla vita. Nel vangelo di Matteo è applicato esclusivamente a Gesù, per rivelare la compassione materna di Dio, incontrabile nell’agire del Figlio (cfr. Mt 9,36; 14,14; 15,32; 20,34). Non esprime soltanto un’emozione, ma un impegno di fedeltà: una bontà che si fa relazione, che lega Dio e l’uomo in un patto di reciprocità.

Questo termine definisce il “proprio” di Dio, ciò che lo rende Altro. Per questo Matteo può scrivere: «Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (5,48). La perfezione a cui siamo chiamati non è un’impossibile impeccabilità morale, ma la condivisione della compassione del Padre, l’assunzione del suo stesso sguardo sul mondo.

Da questa compassione nasce la chiamata dei Dodici. Gesù chiama un gruppo di persone fragili e diverse perché siano “suoi”, perché condividano la sua stessa maternità verso persone stanche e sfinite, che vagano senza meta (9,36), e le pongano con Lui sotto lo sguardo del Padre. A queste persone rivolge una sfida radicale: essere Lui. Le associa alla sua missione con un mandato preciso: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (10,8). Non possono trattenere nulla per sé. La gratuità ricevuta deve diventare gratuità donata, in un flusso ininterrotto che attraversa i secoli.

Avvolto dalla gratuità, il discepolo scopre che la sua vita non è più sua: padre, madre, cultura, terra… sono ormai termini relativi, perché solo Dio è padre, madre, casa, terra. Il discepolo non può più chiamare una famiglia “sua”, perché la gratuità del Padre lo spinge a rendere tutta l’umanità figlia nel Figlio; non possiede più una casa, perché segue le orme di Colui che non ha dove posare il capo.

Che cosa riceve, dunque? La conformità al suo Signore: il suo stesso potere di liberare il fratello dal male, di ridonargli la salute, di inserirlo nella pace — nello shalom di Dio — di ricondurlo a casa, nell’abbraccio del Padre.

La Chiesa nasce così: non da un progetto organizzativo, ma dalla compassione. È una comunità chiamata a perpetuare nei secoli il fremito materno di Cristo, a guardare le folle di oggi — migranti, poveri, soli, sfiniti dalla vita — con lo stesso sguardo che l’ha generata. Una comunità che non giudica ma accoglie, che non esclude ma riconduce a casa.

In un mondo che ha lasciato inaridire le viscere della compassione, dove l’indifferenza anestetizza i cuori e la violenza dilaga, il vangelo ci ricorda che esiste un altro sguardo possibile. È lo sguardo di chi si lascia ferire dal dolore dell’altro, di chi sente fremere le proprie viscere di fronte alla sofferenza, di chi sceglie la fedeltà misericordiosa come stile di vita.

Chiediamoci: quale sguardo posiamo sulle folle stanche del nostro tempo? Lasciamo che la compassione di Cristo diventi la nostra, trasformandoci in grembo accogliente per chi è sfinito?

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