Il teatro conquista il carcere di Spini, con una fiaba di cura e libertà

foto Edoardo Di Tommaso

“Il teatro non è mica una medicina”, dicono a un certo punto della rappresentazione quelli che dovrebbero essere i tre saggi della storia. Niente di più sbagliato, vedendo l’effetto liberatorio che ha avuto “Il re malato – una fiaba”, lo spettacolo teatrale messo in scena nella Casa Circondariale di Trento martedì 9 giugno, frutto del laboratorio di Finisterrae Teatri ETS all’interno del percorso di “Per Aspera ad Astra – Come riconfigurare il carcere attraverso la cultura e la bellezza”, promosso da ACRI e sostenuto da Fondazione Caritro.

Spariscono le sbarre e i portoni blindati, per quell’ora di rappresentazione la leggerezza e l’immaginazione prendono il sopravvento, mentre ci ritroviamo tutti immersi nelle atmosfere fiabesche del teatro: detenuti e visitatori, operatori e tecnici, poliziotti e giornalisti. È la libertà che ci è data a tutti, in egual misura, dalla fantasia. E anche se può sembrare una frase fatta, la confermano le sonore risate del pubblico, in gran parte composto da persone recluse, della sezione femminile e dei protetti, mentre il gruppo di detenuti che in questi mesi, tra mille difficoltà, ha partecipato al laboratorio, porta in scena la sua commedia (replicata anche giovedì 11 giugno).

Uno spettacolo diverso da “La balena” dell’anno scorso, quando gli attori si erano cimentati in un registro più introspettivo. “Il re malato” li ha portati a misurarsi con l’altrettanto complesso linguaggio della comicità, in una fiaba dai molteplici significati, profonda e divertente allo stesso tempo.

Alla base di tutto c’è il fatto che il re della storia non vuole più uscire dalla sua stanza. Malato, depresso, si è autorecluso vietando al popolo di festeggiare, di fare musica o teatro, di mangiare. Finché i tre saggi di corte, preoccupati, per guarirlo decidono di ingaggiare un gruppo di medici, che si riveleranno poi essere una compagnia di saltimbanchi. “Siamo degli attori, non dei bugiardi!”, protestano una volta scoperti, e lanciano la sfida: con la loro arte riusciranno comunque a guarire il sovrano triste.

Sul palco del carcere di Spini come nella vita, la medicina del teatro se non guarisce definitivamente può sicuramente alleviare le sofferenze dell’anima, regalando nuove forme di convivenza, di cooperazione, di bellezza e persino di libertà. Fanno bene quindi i saltimbanchi a non arrendersi, e a fare il loro spettacolo anche improvvisando: una tragedia? Una storia di duelli o una storia d’amore? Una storia che fa ridere? Salti e magie? “Li faremo tutti, e sarà un capolavoro!”, si dicono.

Ci provano, prima mettendo in scena l’amore struggente tra Piramo e Tisbe, poi con l’allegria della danza e della musica e la confusione creativa della giocoleria, ma i loro tentativi risultano vani, e ai tre saggi, aiutati dalle guardie reali, non rimane altro che cacciarli. “Cosa può fare la nostra povera arte? Se non ci vogliono ce ne andiamo. Continuiamo così, senza soldi, senza casa, senza mangiare. Ma liberi!”, si consolano gli artisti, allontanandosi sulle note libertarie di ‘Brigante se more’.

Ma una scintilla, in qualche modo, la loro arte l’ha accesa, e la fiaba fa il suo corso, come la flebile luce che, volando da uno spirito all’altro, infine apre la fatidica porta della camera del re. Non è difficile vedere in quella porta un futuro reale, più che una via di fuga, che possa regalare ai detenuti una nuova opportunità, fuori. Così come loro ci hanno regalato la possibilità di metterci in gioco, portandoci dentro quelle porte blindate che rimbombano nei lunghi corridoi ogni volta che scattano le serrature, per scoprire un mondo di fiaba, fantasia e bellezza.

Inevitabile il lungo applauso finale, con il pubblico emozionato in piedi a trasformare il momento dei ringraziamenti in una piccola festa. In cui non è mancato un pensiero alla giovane Abrar Jarrar, morta poche settimane fa dopo due giorni in rianimazione all’ospedale Santa Chiara di Trento, in seguito ad un tentativo di suicidio nel carcere di Spini, ricordata assieme ad un’altra ragazza morta nella Casa Circondariale qualche anno fa sullo striscione multilingue portato sul palco dagli attori stessi.

“Questo spettacolo è la dimostrazione che sapete fare grandi cose”, ha detto loro la direttrice del carcere Annarita Nuzzaci al termine dello spettacolo, diretto artisticamente da Camilla da Vico e Giacomo Anderle, portato in trionfo dai ragazzi. “C’è un fuori dove ci ritroveremo tutti quanti, e questo spettacolo ci permette di immaginare delle possibilità”, l’auspicio di Anderle. “Ci piacerebbe che questo lavoro possa uscire dalle mura della Casa Circondariale, e che ci sia la possibilità di continuare in futuro. E dato che non sono tante le carceri dove esiste un teatro, sarebbe bello poter arricchire e rendere quello di Spini ancora più teatro, perché è un luogo dove si sente che c’è qualcosa di diverso”.

vitaTrentina

Got Something To Say?

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *


Il periodo di verifica reCAPTCHA è scaduto. Ricaricare la pagina.

vitaTrentina