Quando abbiamo fretta e non “vediamo” l’altro

A guardarci dalla prima pagina del giornale oggi è Adele, 14 anni, felice del suo cono di gelato. E ci fa pensare all’altra ciclista Sara, 19 anni, e il capitello da lei restaurato a Palù. Ma anche Matilda, 15 anni, che volteggiava sul ghiaccio, travolta e uccisa in Rendena non in bici, ma a piedi, sulle strisce pedonali. “Vittime della strada”, si dice. Eppure non sono una categoria, tot nomi ogni mese. Sono invece volti reali, ancora presenti con i loro oggetti più cari: la mountain bike per Adele, i colori di Sara, i pattini d’oro di Matilda. Ci guardano e ci interrogano: perché correte cosi?

Potrebbe essere questa la domanda più profonda e più diretta, che non esclude nessuno e che ci responsabilizza tutti, rivoltaci da queste vite spezzate, da questi dolori inimmaginabili. Senza entrare nei casi specifici c’è infatti un pericoloso atteggiamento di fondo che probabilmente va rintracciato all’origine di tutte queste tragedie. Quello per cui ci si mette al volante senza la consapevolezza necessaria – non solo sufficiente – che il proprio veicolo potrebbe trasformarsi in uno strumento che dà la morte. Basta anche una disattenzione – diversa da quella per cui si “striscia” la portiera sul garage, certo – o un comportamento al limite, come il tenere costantemente il centro della strada per tagliare le curve. Oppure, come si suol dire, “basta avere fretta”, per cui l’automobile è l’unico modo per arrivare in tempo all’appuntamento, per riuscire a fare tre cose invece di due, per risparmiarsi un disagio, un’attesa, una perdita di tempo, appunto. L’esaltazione delle soluzioni veloci insieme alla potenza dei motori e alla pre-potenza di certi comportamenti da Formula Uno sono soltanto il detonatore di una cultura che sembra premiare chi sa produrre non solo merci e prodotti, ma anche tempi e trasferimenti da record. Non ne siamo tutti intrisi? Non ce ne accorgiamo quando davanti al segnale del limite dei 50 chilometri nei centri abitati ci troviamo a “spingere” l’anziano davanti a noi che li rispetta coscienziosamente. Oppure quando ci infastidiamo per quel nuovo limite della zona “a 30 chilometri” all’ora che giudichiamo impraticabile mentre è una preziosa forma di deterrenza?

È evidente che non c’è un collegamento diretto fra queste nostre omissioni quotidiane e certi comportamenti da pirati stradali. Non con quelli – da perseguire e sanzionare in modo esemplare, anche sulle nostre tortuose strade valligiane – ci vogliamo misurare, ma con quell’incuria nel nostro modo di guidare che va addebitata anche ad una mancanza di rispetto per la vita umana, che è ancora più profonda. Se pensassimo, davvero, ogni volta che ci fasciamo con la cintura di sicurezza, che ci prepariamo a incontrare sulla nostra carreggiata (o in senso contrario) delle persone in carne ed ossa, dei fratelli e sorelle con la loro vita e le loro famiglie a casa, allora forse non ci concederemmo alcuna disattenzione. E non lasceremmo – da passeggeri di altri – che ci portassero incontro al limite violato, alla curva esagerata, al sorpasso rischiato o anche solo alla velocità vietata.

Sono tutte opportune le misure politiche e le soluzioni amministrative per migliorare la sicurezza, per sgonfiare una cultura centrata sull’auto (molto condivisibile l’analisi della FIAB, a pagina 6 e 7), per abbassare il margine di rischio di tanti appassionati delle due ruote, giovani leve o anziani cicloturisti, ma forse si riuscirà a invertire le statistiche delle morti sull’asfalto soltanto quando s’imporrà come un’opinione davvero pubblica e uno stile di vita condiviso quello del “vedere” con rispetto i pedoni, i ciclisti, gli altri conducenti.

Contrastare la cultura della fretta e della disattenzione è anche un modo per dare concretezza alla vicinanza che, nella preghiera, vogliamo offrire ai genitori e al fratello di Adele Cobelli, ringraziandoli per la testimonianza che ci hanno dato al funerale.

vitaTrentina

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