La provocazione di Giorgia: il Quirinale alla destra

È piuttosto strana la provocazione lanciata dalla premier Meloni: sarebbe l’ora di avere un esponente della destra come presidente della repubblica. Lascerebbe intendere che sinora si sono avuti solo inquilini del Quirinale provenienti dalle file della sinistra, il che è un grossolano falso storico, a meno di non accettare, come vorrebbe una parte del cosiddetto “polo escluso” (cioè l’area missina e post fascista), che se non viene da loro chiunque è “di sinistra”.

Ovviamente nella lista dei 12 presidenti della Repubblica, solo due venivano da una militanza in partiti tradizionalmente di sinistra: il socialista Pertini e il comunista Napolitano, il secondo peraltro attentissimo a non assumere atteggiamenti di parte. Venivano da tradizioni di sinistra moderata Saragat (socialdemocratico e molto poco simpatetico coi comunisti) e Ciampi che aveva delle ascendenze nel partito d’Azione. Gronchi e Mattarella hanno una storia nella sinistra Dc. Nella parte conservatrice della Dc si collocano Segni, Leone e lo stesso Scalfaro, anche se quest’ultimo per il suo antiberlusconismo quasi settario diverrà poi un idolo dei commentatori di sinistra. Decisamente espressione del conservatorismo italiano furono De Nicola e il liberale Einaudi, che ebbe una statura politico-intellettuale indubbiamente fuori del comune. Difficile da catalogare l’ondivago Cossiga.

Dunque l’uscita di Meloni fa il paio con quella storica di Berlusconi, secondo cui in Italia avevano sempre governato i comunisti: battute per scaldare le passioni delle frange più estreme degli elettorati (ma qualcosa di simile vale anche per lo spreco in altre formazioni di riferimenti esagitati all’antifascismo costantemente minacciato da presunti ritorni in campo dei fascisti).

Tutto rientra in un modo velenoso di impostare la campagna elettorale ormai in corso, perché il messaggio subliminale della attuale premier è che quelli che non vogliono lasciare tutti gli spazi agli avversari del campo largo (dominato da una certa radicalizzazione al movimentismo di sinistra) devono serrarsi intorno a lei come leader di una destra che finalmente potrà aspirare anche a cariche sin qui irraggiungibili. La risposta che andrebbe data a questa impostazione sarebbe una corretta interpretazione della nostra Costituzione, che non mette pregiudiziali a nessuna forza politica rappresentata in parlamento quanto alla possibilità di esprimere candidature per il Colle, ma chiede a tutte di convergere su una candidatura largamente capace di interpretare e di esprimere l’unità e il valore della nazione.

Un presidente che volesse essere espressione di  una “parte” non andrebbe bene, a prescindere che questa sia di destra, di centro o di sinistra. Come si è visto soprattutto nel lungo mandato di Mattarella è di un arbitro/regolatore che la politica ha bisogno, mentre al Paese serve una figura che raccolga un ampio sentimento popolare di identificazione nel destino della nazione.

La destra è in grado di offrire agli italiani un profilo di questo tipo e di raccogliere su di esso un consenso parlamentare che coinvolga anche le altre espressioni del Paese? Questa è la sfida a cui deve rispondere Meloni, magari con la consapevolezza che certe sensibilità conservatrici che stanno a cuore alle componenti non faziose della sua area di riferimento non è detto che possano trovarsi solo in chi ha una storia giovanile e non solo giovanile di militanza negli scontri fra quelli che una volta si definivano gli opposti estremismi.

Ovviamente il ragionamento vale in maniera simmetrica per il cosiddetto campo largo, perché la figura dell’inquilino del Quirinale non può essere quella di un portabandiera alla guida di una parte del Paese contro l’altra. Se non ci rallegra l’identikit che più o meno sotto traccia si fa circolare per i possibili candidati della
destra-centro altrettanto diciamo per quelli che si sventolano dalle parti delle maggiori forze politiche di opposizione.

La necessità di avere sul Colle dopo Mattarella una figura che continui la buona tradizione sua e dei migliori nostri presidenti è divenuta più stringente nel momento in cui sembra ci avviamo ad avere un sistema elettorale che tenderà a cristallizzare le spaccature del Paese con l’introduzione forse di un rigido bipolarismo. Sarebbe nell’interesse di tutte le forze politiche tenere il debito conto di questo cambio di panorama.

vitaTrentina

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