“Un enorme boato. Poi, un sinistro silenzio”. Esordiva così Aldo Civico sulla prima pagina del numero di Vita Trentina del 26 luglio 1992, la settimana successiva al 19 luglio, giorno nero per l’intero Paese, quando il giudice Paolo Borsellino fu ucciso in un attentato in via d’Amelio, a Palermo.
Il giornalista Civico lavorava a Palermo da 8 mesi e visse in prima persona l’angoscia antecedente la realizzazione dell’attentato e lo sconforto che piombò sui presenti una volta saputa la notizia: “Sì, si tratta di Paolo Borsellino. E’ morto. Chiama Leoluca Orlando. Ha saputo. Qualche minuto dopo l’esplosione, è arrivata una nuova minaccia. Un’auto bomba è pronta anche per lui. Trilla nuovamente il cellulare”.
Questa volta a parlare è l’avvocato della famiglia Dalla Chiesa, Alfredo Galasso: “Cos’è successo? Non è possibile!” Piange. “Ma come, ci siamo visti con Paolo due giorni fa…”.
Poco dopo Civico e padre Ennio Pintacuda si recano a Punta Raisi, a prendere il giudice Antonio Caponnetto: “Un lungo abbraccio tra lui e padre Pintacuda. I loro volti si rigano di lacrime. Si accendono lampeggianti e sirene. Caponnetto se ne sta muto. <<E’ finita>>, riesce solo a dire di tanto in tanto”.
Improvvisamente il Paese si mobilita. A Palermo un enorme corteo percorre le strade della città invocando giustizia, inferocito. La folla assedia gli organi del governo: “Quando il capo della polizia Vincenzo Parisi esce dalla prefettura, volano monetine, insulti, sputi, bottigliette di plastica. Parisi ha gli occhi sbarrati. E’ visibilmente terrorizzato. La folla lo marca stretto, tanto da rendergli impossibile il raggiungimento della macchina”. Anche a Trento le persone scendono in piazza per una fiaccolata organizzata dalla Rete.
Seguono giorni di incredulità e dolore. Alla biblioteca comunale di Palermo si raduna la folla che ascolta le parole di Giuseppe Di Lello e Adriano Sofri. La sede del Municipio viene presa d’assalto. Striscioni esprimono il malcontento della popolazione nei confronti degli “uomini dello Stato capace di commemorare i morti e non di garantire i vivi”.
In occasione dei funerali di Stato dei cinque agenti uccisi insieme al giudice Borsellino non è contemplata la partecipazione della cittadinanza. “La chiesa è semideserta. Dentro, vi sono i parenti delle vittime, le autorità e i poliziotti. In piazza e per le strade, invece, ci sono 10 mila persone. Sulle case che si affacciano sulla piazza appaiono lenzuola con scritto <<Via la mafia dalle istituzioni. Lo Stato democratico è nostro>>. Poi la folla riesce a sfondare i cordoni. Fischi e insulti per le personalità”, si legge nella cronaca di Civico. Le mobilitazioni contro la mafia sono iniziate.