Scommettere sul buon andamento del Vertice Nato in Turchia era come puntare sulla saggezza di Donald Trump. Inesistente. D’altronde non è davvero una novità che Trump consideri la Nato un fardello insopportabile. Già nel corso della sua prima presidenza (2017-2021) il tycoon americano non aveva nascosto la sua volontà prendere le distanze da un’alleanza che per quasi 80 anni aveva simboleggiato l’unità di quello che chiamavamo Occidente. Aveva cioè ripreso un argomento utilizzato anche dai suoi predecessori: il cosiddetto “burden sharing”, cioè una più equa distribuzione dei costi fra i 32 membri dell’istituzione transatlantica. Lui, a differenza degli altri presidenti, lo faceva con cinica brutalità facendo intravvedere la possibilità non solo di un minore impegno finanziario da parte americana, ma addirittura di un disinteresse a mantenere operativa questa istituzione.
Con il Trump 2 questi atteggiamenti non hanno fatto altro che peggiorare. Da una parte il ricatto americano affinché dal 2% del Pil si passasse entro il 2035 al 5%, una cifra che per paesi indebitati come l’Italia era improponibile. Dall’altra introdurre il dubbio del rispetto americano del famoso articolo 5, che prevede l’intervento di tutti in sostegno di un paese attaccato. Il tutto condito dalla pretesa di inglobare anche militarmente la Groenlandia, membro della Nato attraverso la Danimarca, nel territorio Usa. Richiesta talmente assurda da sollevare una prima unanime reazione negativa da parte dell’UE e perfino di Giorgia Meloni (l’amica perduta). Poi la pretesa di chiamare al proprio fianco la Nato nella disgraziata guerra contro l’Iran, guerra provocata dagli americani e non viceversa. Fatto che non permetteva di invocare la clausola difensiva dell’art. 5 sopra ricordato.
In questo clima avvelenato la riunione di Ankara ha potuto solo sfiorare gli argomenti più pressanti. Si ribadisce, ma solo da parte europea, il sostegno all’Ucraina con un esborso di 70 miliardi di dollari quest’anno e altri 70, ma solo su decisione dei singoli stati membri, per il 2027. Niente di nuovo, o quasi. Anche Hormuz è entrato nella discussione, ma oltre all’auspicio di tenere aperto lo stretto senza pedaggi, non vi è la decisione del dispiegamento di una vera e propria missione navale militare sotto l’egida Nato. Ribadito poi il traguardo del 5% entro il 2035 per il contributo finanziario dei singoli membri. Anche qui Trump era partito con la lancia in resta per dire che gli Usa spendono quasi un trilione di dollari all’anno per la sicurezza europea.
È stato facile ribattere che quella abnorme cifra copre l’intera politica di difesa Usa nel mondo, compreso Medio Oriente e Indo-Pacifico. Per la Nato il contributo americano è molto più ridotto (il 33% della spesa militare globale) e si attesta sul 3,19% del Pil seguito dal 2,39% della Germania, il 2,33% della Turchia. Ultima l’Italia con il 2,01% sul Pil. Ma a queste cifre degli Stati europei bisogna poi aggiungere il sostegno all’Ucraina e l’acquisto di armamenti essenzialmente negli Usa.
Insomma, più che di “burden sharing” si può davvero parlare di “burden shifting”, cioè un grande spostamento sull’Europa del peso complessivo delle spese militari di fronte ad un crescente disimpegno americano. Il tutto condito dagli improperi del suo ministro della guerra, Pete Hegseth, che definisce gli alleati “vergognosi” e denuncia il “decadimento morale” dell’Europa che non vuole impegnarsi a spendere di più in difesa. Insomma, per riprendere il giudizio del Vicepresidente J.D. Vance, europei nella veste di “scrocconi”. Insomma, un clima davvero nefasto anche per il continuo attacco di Trump a Giorgia Meloni che ha negato, a ragione, l’uso della base di Sigonella e all’incapacità degli altri leader europei, da Macron a Merz, di dare risposte concrete.
C’è davvero da chiedersi dove sia il vecchio Occidente e quale sarà il futuro delle relazioni transatlantiche. L’unico ad uscire soddisfatto dalla riunione di Ankara è stato il Presidente Recep Erdogan che ha potuto dimostrare la centralità della Turchia non solo nei confronti di Ucraina e Russia, con il controllo dello stretto dei Dardanelli, ma anche per il ruolo che potenzialmente può giocare in Medio Oriente aiutando Trump ad uscire senza troppe perdite dal pantano dell’Iran. Ma il vero elemento strutturale di indebolimento della Nato è il rapporto con la Russia. Ai bei tempi gli Usa e la Nato esistevano essenzialmente per difendersi dall’Unione Sovietica.
Oggi il maggior partner dell’Alleanza, Donald Trump, è sfacciatamente filo Putin. Gli europei, al contrario, vedono la vera minaccia alla loro unità nell’aggressività della Russia e nella sua guerra contro l’Ucraina. Le recenti minacce di Mosca nei confronti della Polonia per l’aiuto fornito a Kyiv nell’industria dei droni non fanno altro che confermarci nel pericolo rappresentato dal Cremlino. Si parla di Nato.3, all’interno della quale gli europei dovrebbero organizzare un pilastro unitario di difesa sul fronte est. Ma oggi ancora non esistono né le strutture né le capacità militari/industriali in grado di renderlo credibile. Volenti o nolenti dobbiamo per ora tenerci questa inconsistente Nato uscita da Ankara.