Sembrava che le cose andassero un po’ meglio in Ucraina. Volodymyr Zelensky era reduce da alcuni importanti successi politico-diplomatici. L’apertura con grande anticipo da parte dell’UE dei negoziati sul sesto pacchetto di adesione, quello cruciale sulla politica estera e di sicurezza. Sempre dall’UE con il trasferimento della prima tranche di 4 miliardi per l’acquisto di armamenti, seguita dalla visita a Kyiv della Presidente Ursula von der Layen per la firma di un accordo sulla produzione comune di droni (altro miliardo di euro). L’apprezzamento, non si sa quanto sincero, di Trump sull’evoluzione positiva delle capacità militari dell’Ucraina e la promessa di ristabilire sanzioni contro la Russia. Da ultimo anche l’aiuto di Elon Musk che veniva convinto dal governo di Kyiv ad accecare per i militari russi i suoi satelliti Starlink necessari per guidare le offensive. Il tutto trainato dall’inaspettata abilità dell’esercito ucraino di sviluppare nuove tecnologie nel campo dei droni, che hanno permesso in questi ultimi mesi di andare a colpire depositi petroliferi, infrastrutture militari e centri logistici un po’ dappertutto nell’esteso territorio russo. Insomma, il rovesciamento della lunghissima lotta di resistenza agli assalti dell’esercito di Mosca lungo i confini del Donbass a favore di azioni di attacco che passavano sopra la testa dello stesso esercito per dirigersi contro i punti nevralgici del potere russo.
Vladimir Putin, nella sua criminale e dispotica reazione, continuava invece a colpire le città ucraine senza alcuna distinzione fra strutture civili e militari, allo scopo di terrorizzare la popolazione e spingere alla resa Zelensky. Ma le nuove tecnologie sviluppate dagli ingegneri ucraini e gli straordinari progressi nel campo dei droni e dei missili terra-terra (il Flamingo) allontanavano la prospettiva, sostenuta da molti (fra cui lo stesso Trump), di un’inevitabile vittoria di Putin.
A mettere in ombra questo breve periodo di riconoscimenti e parziali successi ci ha pensato la politica interna ucraina. Il tutto è cominciato con le dimissioni del primo ministro, la fedelissima Yulia Svyridenko, e l’immediata nomina di un nuovo leader, l’ex ceo del colosso energetico Naftogaz Sergii Koretsky. La spiegazione data da Zelensky è che vi era estremo bisogno di una persona competente nel campo dell’energia per evitare che anche il prossimo inverno si trasformasse in un incubo per la popolazione che non solo deve proteggersi dai bombardamenti russi ma anche sfuggire al gelo provocato dalla distruzione delle centrali elettriche.
Può ben essere che una persona esperta in quel settore trovi qualche parziale soluzione, ma in realtà è la mancanza di missili Patriot e di copertura aerea che espone le strutture energetiche ucraine alle offensive russe. Ma questa inaspettata decisione è passata quasi sotto silenzio di fronte alla seconda inspiegabile mossa di Zelensky di licenziare il nuovo ministro della difesa, il giovane trentacinquenne Mykhailo Fedorov. Nei sei mesi in cui ha rivestito quel ruolo, Fedorov ha premuto sull’acceleratore della guerra asimmetrica con la Russia in gran parte affidata alle innovazioni tecnologiche sviluppate dagli ucraini nel campo dei droni. In altre parole, il conflitto si è in parte allontanato dalla classica guerra di posizione sul fronte del Donbas per andare a colpire in profondità il territorio russo.
Le conseguenze più visibili sono state le lunghe file ai distributori di benzina russi e il netto peggioramento dell’economia di Mosca cui veniva tolto l’ossigeno principale: il petrolio. Il tecnologo Fedorov aveva quindi portato un po’ di fiducia ed entusiasmo nella popolazione ucraina dopo i lunghissimi mesi di enormi difficoltà di fronte ai continui assalti dell’esercito e dei missili russi, a fronte dell’indebolimento della resistenza ucraina sul terreno. Il siluramento di Fedorov è stato quindi un fatto sorprendente. Il commissario europeo alla difesa Andrius Kubilius si diceva profondamente stupito. Ma a chiedersi il perché della decisione è stata soprattutto l’opinione pubblica ucraina. Di nuovo si sono viste nelle strade di Kyiv e delle altre maggiori città del paese grandi manifestazioni di sostegno al ministro licenziato. Un po’ come era successo un paio d’anni fa quando Zelensky aveva proposto una legge per limitare l’autonomia delle agenzie governative anticorruzione. Di fronte all’opposizione della piazza il Presidente aveva ritirato il provvedimento. Nel caso odierno sono le liti fra Fedorov e il Capo dell’esercito (anch’esso rimosso un paio di giorni dopo), generale di formazione militare sovietica, ad avere spinto Zelensky a questa strana decisione. Ciò che tuttavia interessa sottolineare è che l’Ucraina rimane malgrado la legge marziale una democrazia popolare, per quanto imperfetta. Zelensky avrebbe dovuto ricordarsi che la guerra con la Russia era scoppiata da una rivolta nel 2013, a piazza Maidan, quando la gente si era opposta alla cancellazione dell’accordo di associazione con l’UE voluta dal presidente di allora, il filoputiniano Yanukovych. Il fatto che ancora oggi gli ucraini siano pronti a scendere in piazza contro decisioni incomprensibili e non democratiche lascia sperare che una volta conclusa la guerra questo paese abbia tutte le carte in regola per entrare nell’Unione Europea. È questa una delle ragioni per continuare a sostenere la loro lotta.