La pesantezza di questa situazione pre-elettorale diventa sempre più evidente e anche inquietante. Le due coalizioni che si fronteggiano, ormai nel quadro di una riforma della legge elettorale che spinge al bipolarismo, sono entrambe percorse da tensioni interne ben visibili il che inasprisce una campagna per il voto che si preannuncia non breve e dunque con la caratteristica di accentuare tutte le radicalizzazioni.
Ormai tutti sanno che il destra-centro è assillato dalla sfida del partito di Vannacci, il che significa considerare a rischio il consenso conseguito da ciascuna delle componenti dell’alleanza: un fenomeno già molto visibile per quel che riguarda la Lega, ma che si vede interessare anche FdI, mentre FI sopporta la tensione interna fra chi punta sempre alla coalizione così come è stata fin qui e chi comincia a pensare a vie d’uscita al centro se quella formula non reggesse più.
Il cosiddetto campo largo, ormai neppure più facilmente iscrivibile in quella definizione, è percorso da due tensioni: la prima riguarda la questione di chi sarà investito del ruolo di candidato premier nel caso di vittoria, la seconda l’aprirsi a una o più formazioni cosiddette centriste e in che modo imbarcarle. Quella che sembrava potesse essere una competizione tesa, ma in fondo gestibile fra Elly Schlein e Giuseppe Conte, si sta trasformando in una lotta all’ultimo sangue. Soprattutto il leader dei Cinque Stelle, galvanizzato da un certo movimento di sostegno nell’opinione pubblica più radicale, sta avviando una campagna che punta a spiazzare la segretaria del PD. Infatti per lui non è un problema spingere sui tasti del pacifismo di maniera, dell’ambientalismo parolaio, della sempre verde e ambigua critica al sistema, visto che ha un partito strutturalmente inesistente e un gruppo parlamentare prono al suo volere. Ciò non è possibile per Schlein che è comunque alla testa di un partito plurale e che anche nella parte che la sostiene vede presenti tradizioni di responsabilità governativa che non possono banalmente piegarsi alle fughe nell’utopia della retorica di Conte.
Quanto al tema dell’allargamento al centro viene visto da entrambi i contendenti in modo molto strumentale: bene quel centro che mi porta voti alle primarie, fuori chi insedia la mia leadership. Non un buon modo per cercare di coinvolgere quella fascia di opinione pubblica che vorrebbe qualcosa di alternativo alle lotte di fazione interne ai partiti.
Il combinarsi delle turbolenze nei due fronti pur con le loro differenze apre spazi per interventi dall’esterno che possono insinuarsi nelle varie faglie presenti. Sono manovre di tipo diverso che però contengono non pochi elementi di preoccupazione. Da un lato ci sono le spinte a radicalizzare le tensioni fino a mettere in crisi finale le coalizioni. Appartengono a questa specie le spinte a portare sempre più a destra quella guidata da Giorgia Meloni sfruttando le tensioni che percorrono il Paese, così come le spinte meno evidenti, ma presenti, che puntano su una dissoluzione delle coalizioni per vedere se si riuscisse a creare un accrocchio al centro che marginalizzi alcuni gruppi di potere dei partiti.
Sempre in questo quadro si iscrivono manovre parallele sul blocco incerto delle opposizioni. Dando per probabile che non riescano a trovare una intesa di programma abbastanza solida (le invenzioni verbali in cui eccellono molti politici hanno il fiato corto), anche in questa parte dello schieramento si vedono spazi tanto per costruire una radicalizzazione definitiva delle componenti maggiori, quanto per aspettarsi una dissoluzione del campo largo che comporterebbe probabilmente una spaccatura nel PD, un indebolimento di M5S che ha una identità sempre molto incerta, e di conseguenza un ridisegno della geografia politico-partitica.
Come dicevamo, in queste faglie si insinuano forze diverse, sia nazionali che internazionali. Non è ancora chiaro come si preparino a muoversi i cosiddetti poteri forti: l’alta burocrazia, i ceti dirigenti del mondo produttivo e di quello finanziario, alcune centrali delle agenzie culturali di qualche peso. In compenso sospettiamo, alla luce del rilancio del cosiddetto antagonismo e della guerriglia in capo alla violenza organizzata e quasi militarizzata, che ci sia chi dall’esterno (e non solo) pensa di poter di nuovo gettare l’Italia in un caos di tensioni simili a quelle che abbiamo vissuto negli anni di piombo.
È un quadro preoccupante che purtroppo non ci sembra oggetto, almeno a livello percepibile, di una seria riflessione da parte della classe politica e, vorremmo aggiungere, di quella che governa la comunicazione dei media principali, cioè giornali e televisioni. Ma speriamo che nelle segrete stanze qualcosa favorisca un po’ di pensiero responsabile.