E se provassimo a guardare con occhi limpidi, in questo tempo di affaticamento, alla vivacità comunitaria di certe domeniche d’estate? Sì, quando la chiesetta della valle richiama una folla che normalmente in paese e in città non si vede. O la sagra mobilita le uniformi del volontariato locale in un’unità d’intenti mai così solida. O una ricorrenza alla cappella alpina “convoca” tutti per una giornata che trova nella Messa il suo momento più intenso. Possono diventare questi appuntamenti (ancora) così frequentati occasioni di comunione e di evangelizzazione? Con quali attenzioni?
La prima attenzione è evitare che il riferimento alla tradizione sia sufficiente per “custodire” l’evento: lo si è sempre fatto e sempre si farà. Non basta più, si rischia l’inerzia, e un rapido declino. È importante richiamare – anche nelle locandine, se serve – il motivo forte che ci raduna per quella domenica grazie al tipico “genius loci”, come lo chiamava don Bepi Grosselli, il nostro cantore delle chiesette alpine: può essere l’anniversario di un fatto storico, il ricordo di una persona cara, la riconoscenza espressa in un voto o un rinnovato stare insieme, adesso nello stile dell’enciclica Laudato si’ vissuto in malga o nella casa comunitaria. Allora la Messa non sembra un’appendice dovuta, ma resta il cuore del programma: una celebrazione dal tono speciale, curato e partecipato, con le intenzioni di preghiera ad hoc, il coro di montagna che “tira” le voci della comunità. E la centralità di quella Messa “dedicata” sarà comunque la Parola di Dio (quanto sono ricche le parabole evangeliche
nelle domeniche estive!), che potrà arrivare con la sua forza a tanti che entrano poche volte in chiesa durante l’anno. La possono gustare di nuovo, riavvicinandola a quanto stanno vivendo nelle salite della loro vita.
Una seconda attenzione? Non trasformiamo involontariamente la giornata in una festa di anziani per anziani. Dove cioè tutti gli organizzatori hanno i capelli grigi, e niente giovani. In una recente festa alpina abbiamo constatato invece che l’accoglienza e l’animazione della giornata erano affidati alle nuove leve di un’associazione parrocchiale. Dare fiducia ai giovani anche “alla cassa”, lasciar gestire a loro la festa, è un modo per garantirne la continuità, forse anche la sopravvivenza. La festa comunitaria deve poter contare sui giovani, anche sui ragazzi, perché non si inizia mai troppo presto a indossare il grembiule della gratuità: saranno loro domani a lasciare spazio ai figli, a “girare” il paiolo sul fuoco, ad allietare gli animi con il loro strumento musicale.
In una prospettiva di umanità, prima ancora di evangelizzazione, la festa non dovrebbe essere pensata per “soli sani”, svago per chi già se lo può permettere. Come ci è capitato di vedere domenica scorsa, va riservato qualche posto in prima fila alla Messa – e poi anche al tavolaccio del rancio alpino – alle persone disabili o agli anziani in carrozzina, a chi non sarebbe mai arrivato fin lassù. Se è festa di tutta la comunità in trasferta, merita organizzarsi per aprirla a tutti: al contrario si rivelerebbe un evento d’élite, un’esclusione immotivata. Si obietterà: è troppo facile fare comunità “una tantum”! E il resto dell’anno? Soprattutto quando possono esserci il parroco o i laici dei gruppi che animano le comunità, l’evento straordinario dell’estate può valere come un richiamo forte verso il quotidiano, l’ordinario.
Nel saluto o negli avvisi si può rilanciare quanto la comunità sta facendo (anche nelle iniziative di carità, o missionarie) e rimandare ad alcune attività autunnali: “Il nostro posto è là, là in mezzo a loro…”. Così anche il profumo di quella domenica estiva ci resterà a lungo in bocca, una polenta con il sale del Vangelo.