La politica riprende. Sembrerà che non si sia mai fermata viste le varie effervescenze di questa pausa estiva, ma quanto accaduto fa parte più della politica sceneggiata che di quella vera che è attesa con la ripresa autunnale. Non che le sceneggiate non contino nulla, ma sono solo l’antipasto di quel che si dovrà affrontare quando ci si dovrà misurare con alcuni nodi piuttosto complicati.
Nella fase più tipicamente agostana quel che è stato centrale nel teatrino politico, a contorno della stucchevole telenovela Ranucci-Lavitola, sono le tensioni interne alle due coalizioni: nel centrodestra soprattutto con la messa in discussione del ruolo di Salvini, nel centrosinistra con la corsa di Conte a guadagnare posizioni in vista del prossimo confronto alle primarie. Ciò che accomuna tutto questo è il dibattito incentrato esclusivamente sugli slogan, evitando di entrare nel merito dei problemi che pure si vedono all’orizzonte.
Parliamo ovviamente dei problemi per cui si possono trovare soluzioni, almeno a livello di progetti. I temi strutturali, come il governo delle grandi migrazioni o la crisi degli equilibri internazionali, si fa fatica a contenerli in progetti di ampio respiro e lungo periodo: anche semplicemente perché sono questioni epocali che si devono per forza di cose affrontare passo dopo passo, per tentativi e con molta umiltà.
Il tema enorme che il Paese ha davanti è la stesura della prossima legge finanziaria. Con le elezioni sempre più vicine i partiti sono a caccia di facili consensi ed è la situazione peggiore per gestire un quadro di finanza pubblica che non consente molti margini di manovra. Da un lato l’Italia ha bisogno di consolidare una posizione internazionale quanto meno approfittando di una situazione che non la vede più come la Cenerentola d’Europa: non tanto per i meriti della nostra politica economica (qualcuno c’è in verità) quanto per le cattive performance di altri (Germania, Francia, Gran Bretagna, tanto per citare). Questo quadro non permette di lanciarsi in politiche di spesa pubblica a debito, considerando anche che comunque interventi di quel tipo, contando su un qualche supporto UE, si dovranno fare per le politiche energetiche e per quelle della difesa.
Come si può capire la questione incrocia, anzi vorremmo dire cozza con la scadenza dell’approvazione della riforma elettorale. Come sanno tutti coloro che hanno seguito il dibattito svolto sin qui, siamo in una palude, perché quanto si era immaginato puntando su un quadro politico che si presumeva stabilizzato su una specie di bipolarismo di coalizioni si sta dimostrando poco fondato.
Non ci sono due coalizioni massicce che si contendono l’arena, ma raggruppamenti di partiti con problemi di coesione fra loro. Tenendo conto del fenomeno astensionista che è arduo immaginare in regresso, la prospettiva che una delle due coalizioni possa arrivare al fatidico 42% aggiudicandosi il premio di maggioranza appare piuttosto incerta. Questo spinge, e sempre più spingerà i partiti a posizioni demagogiche, ad esasperare la radicalizzazione delle posizioni nell’illusione che così si compatteranno le proprie schiere. In realtà è la situazione che più favorisce le tattiche corsare delle fazioni e i giochi dietro le quinte delle numerose lobby che sono più che mai attive. L’aumento di tensioni e confusioni che ne deriverà, già visibile nello scatenarsi dei vari fan-club che animano giornali e talk show (ma è facile prevedere che sarà sempre peggio) indebolisce la possibilità che l’Italia possa muoversi con determinazione e con un minimo di autorevolezza sui complessi scenari con cui dobbiamo fare i conti: la debolezza crescente di una UE sempre più condizionata dai sovranismi nazionali, la difficoltà di capire come si evolveranno le relazioni internazionali, con Trump e gli Usa che devono affrontare la prova delle elezioni di midterm, con Israele che deve misurarsi ad ottobre con elezioni che incideranno, comunque vadano, sui suoi equilibri già in crisi, con la questione russo-ucraina che continua ad essere una pesante incognita.
Per affrontare questo scenario occorrerebbe un paese con una robusta classe dirigente trasversale, consapevole che non è tempo per fare giochetti di bandierine. C’è da tenere sotto controllo gli estremismi che sono sempre un fattore destabilizzante, da ricostruire una fiducia pubblica convinta che il sistema va salvato insieme, da far accettare un po’ di rinunce a privilegi piccoli e grandi accumulatesi nel tempo e non più sostenibili.
Tutta materia incandescente per una politica degna di questo nome.