Uno straordinario omaggio alle radici e al ruolo dell’Unione europea. Lo ha fatto il papa americano, Leone XIV, in un periodo storico in cui il presidente Donald Trump, anche lui americano, assieme ai suoi accoliti, Vance, Rubio e Hegseth, cerca in ogni modo di affossare il sogno europeo. Sogno che il Papa nel suo viaggio a Metz a fine settembre ha ricordato citando Robert Schuman, nato in quel luogo, ed anche il nostro Alcide De Gasperi fra i principali padri fondatori dell’Europa.
Interessante notare come sia Schuman che De Gasperi fossero due convinti cristiani. Il che ha permesso al Papa di sottolineare l’importanza per l’identità europea del dialogo incessante fra cristianità e stati laici nel costruire una delle istituzioni multilaterali più rivoluzionarie del secolo scorso. Lo ha fatto, tuttavia, senza pretendere come il suo predecessore Ratzinger di inserire anche nei Trattati dell’Ue le radici cristiane che ne costituiscono la base. Era successo ai tempi della redazione del Trattato Costituzionale europeo (in seguito abortito) quando Ratzinger aveva esercitato la massima pressione affinché tale dizione fosse inserita nel preambolo dello stesso trattato.
Oggi invece papa Leone ha ricordato con enfasi l’art. 17 del Trattato di Lisbona che incoraggia un dialogo aperto, trasparente e regolare con le Chiese (tutte le Chiese) senza mettere in forse la laicità degli Stati. Apertura che vale anche per uno dei fronti più caldi dell’Ue, quello della massiccia immigrazione dal resto del mondo. Chiaramente Bruxelles fatica non poco per mettere d’accordo i 27 stati membri su un percorso unitario ed efficace di politica europea di asilo e accoglienza. L’atteggiamento generale è sempre difensivo poiché prevalgono i concetti di tutela dei confini, di respingimento degli immigrati negli Stati di origine e la creazione di hub di controllo in Paesi extra-comunitari come è il caso dell’Italia con l’Albania. Papa Leone ha invece sottolineato come la dignità umana esiga vie legali e sicure, soccorso e assistenza, cooperazione reale contro i trafficanti, processi seri di accoglienza e di integrazione. L’universalità dei valori fondanti dell’UE dovrebbe spingerci in questa direzione di dialogo e comprensione. Ciò purtroppo avviene solo parzialmente anche perché gli interessi politici e gli orientamenti nazionali in materia continuano a divergere. La realtà è che sempre di più appaiono oggi evidenti le difficoltà dell’attuale Unione europea.
Schuman aveva fin dall’inizio riconosciuto che l’Unione si sarebbe raggiunta non in un colpo solo ma con un processo progressivo di passi e politiche sempre più integrate fra di loro. In effetti vi sono state nei decenni precedenti ben cinque successive riforme del vecchio e iniziale Trattato di Roma. L’ultima è quella che si è raggiunta con grande fatica a Lisbona nel 2008.
Da allora tutto si è bloccato e i grandi traguardi dell’euro e dell’abbattimento delle frontiere (Schengen) sono sempre reversibili. Per questo i padri fondatori dell’Europa puntavano sulla crescita di istituzioni comuni in grado di guidare in autonomia le numerose politiche dell’Unione. Non è purtroppo avvenuto ed oggi ci troviamo scoperti sotto almeno due aspetti.
Il primo è quello di avere una sviluppata (ma ancora non completa) unione economica, ma quasi nulla nei campi che oggi più contano per giocare un ruolo credibile nel mondo: una politica estera davvero comune e una capacità di offrire ai nostri Stati e ai cittadini sicurezza e difesa dalle minacce esterne. È quella che il Papa definisce come una politica frutto di sforzi creativi per favorire la pace. Il che non vuole dire rinunciare alla difesa, ma va evitata “l’illusione del riarmo”. In effetti gli impegni che gli Stati membri hanno preso di aumentare le spese nella corsa al riarmo di fronte alla minaccia russa, e non solo, hanno un senso solo se inquadrati in una politica comune della difesa. Non sarà probabilmente la Comunità Europea di Difesa immaginata da Schuman e De Gasperi come punto di avvio di una Comunità politica integrata. Oggi purtroppo siamo ancora nella fase dispersiva di una somma di 27 difese nazionali. Da questo punto di vista la dichiarazione del Cancelliere tedesco Merz sulla Bundeswehr come il più potente esercito europeo nel 2030 non è per nulla rassicurante.
Il secondo preoccupante aspetto è la mancanza di quelle istituzioni che Schuman riteneva fondamentali per dare vita ad un vero “governo europeo”. Oggi il ruolo decisamente preponderante del Consiglio europeo, dove ogni stato membro ha la possibilità di opporre un veto su qualsiasi decisione, grande o piccola che sia, allontana la prospettiva di una capacità decisionale in grado di rispondere tempestivamente ed efficacemente alle numerose crisi che circondano l’Unione. A rimetterci è anche la democrazia europea, con una Commissione e un Parlamento europeo non in grado di controllare o influenzare il Consiglio europeo.
Ritornare alle radici della grande impresa europea è quindi oggi più che mai necessario. Che a spingerci in questa direzione sia anche il Papa americano dovrebbe essere un incentivo non secondario per riprendere il cammino di quel riformismo che si è bloccato con il Trattato di Lisbona.