Europa in cerca di leadership e di direzione politica

Meloni affronta un Consiglio europeo cruciale. Già il tema del nuovo bilancio pluriennale non è proprio una cosetta da poco, ma il contesto internazionale in cui si svolge l’incontro è molto significativo. I due aspetti sono poi connessi più di quel che si creda.

Il bilancio europeo da tempo chiede una revisione dei flussi di spesa. Le tradizionali linee di intervento, che sono poi una forma di redistribuzione di quel che i singoli Stati versano, non si sa più se rispondono davvero alle esigenze odierne, ma rivederle significa togliere a qualcuno per dare ad altri. Il tema dibattuto da tempo è quello dei sussidi all’agricoltura. Nella prima fase dell’Europa comunitaria sono stati fondamentali per agevolare il riequilibrio della forza lavoro e dei redditi fra industria in espansione e agricoltura sovradimensionata e in crisi, ma poi sono divenuti anche forme di sostegno ad ambienti ormai ristretti che venivano privilegiati.

Toccare quei sussidi però pone problemi non piccoli ad alcuni Stati, tanto del Sud quanto ora dell’Est, soprattutto nel momento in cui i nuovi accordi con l’America Latina (Mercosur), ma anche con qualche regione africana (Tunisia, Marocco…) pongono sempre più la questione della concorrenza dei prodotti dell’agroalimentare provenienti da quelle aree, mentre le politiche doganali per esempio americane restringono l’accesso dei nostri prodotti a quei mercati.

Naturalmente l’agricoltura è solo uno dei temi, perché anche sulla politica industriale ci sono problemi (per esempio nell’automotive per la concorrenza cinese), perché c’è la questione tuttora aperta di come equilibrare difesa ambientale e sviluppo, perché trovare la famosa quadra fra 27 sistemi economici tutti in qualche modo toccati da crisi non banali è tutt’altro che affare semplice. Ci si aggiunge il tema delle sovvenzioni che vengono poi indirizzate alle regioni.

Naturalmente Meloni affronta un’impresa tutt’altro che facile: deve far convivere una postura aggressiva a difesa dei nostri interessi nazionali (alcuni effettivi, altri gonfiati per motivi elettorali) con il mantenimento di una certa autorevolezza sul piano dei rapporti con i partner, il che richiede un approccio dialogante. Ovvio che il clima di campagna elettorale che ormai si è imposto rende più che complicato trovare il giusto mix di strategie.

Si tenga poi conto che nel Consiglio Europeo si dovrà discutere, non sappiamo quanto a porte aperte coinvolgendo l’opinione pubblica, la questione del sempre più complicato rapporto con gli USA di Trump e quella del che fare di fronte all’ostinata aggressività imperialista della Russia di Putin. Ci sarà anche, ma su questo ci sembra si preferisca per il momento mantenersi nel vago, la questione della politica mediorientale con le elezioni in Israele ormai alle porte.

La politica estera della Ue, che include inevitabilmente il problema della difesa non più delegabile agli Usa e ad una Nato in crisi, è uno scoglio non piccolo. Per quanto a parole tutti si definiscano europeisti, poi nel concreto non si vede nessuno Stato che sia davvero disponibile a coordinare la sua politica estera sotto la guida della Commissione Ue. Ovviamente la faccenda è delicata, perché si tratterebbe di accettare un coordinamento che mettesse sullo stesso piano paesi con notevoli capacità e tradizioni in quel campo e Paesi che hanno una capacità di presenza e di competenza molto minore. Finché si tratta di aggiustare la collaborazione riducendola a buone parole, si può anche fare, ma quando si dovesse passare alla condivisione di strutture sensibili e complesse come quelle militari tutto diventa molto più arduo.

Detto questo, non sfugge ai governanti più avvertiti e in genere alle forze politiche responsabili che a fronte della aggressività russa, della volontà dell’America di Trump di chiudersi a fare i propri affari, dell’enigma della politica cinese, sorvolando su altre componenti capaci di destabilizzazione, la Ue deve ritrovare una capacità di leadership e di direzione politica che al momento è piuttosto debole nella Commissione guidata da von der Leyen. Il tradizionale perno del cosiddetto motore franco-tedesco è fuori uso e al momento un nuovo gruppo guida abbastanza autorevole e accettato non è alle viste.

Il governo italiano, ma verrebbe da dire il nostro sistema-paese nel suo complesso, devono porsi seriamente il tema di come agire in questo frangente. Bisognerebbe lasciar da parte i piccoli personaggi a cui piace la zuffa per la conquista dell’audience e lavorare a costruire un terreno di crescita per una classe dirigente all’altezza dei tempi. Facile a dirsi, ma purtroppo temiamo ci si fermi lì.

vitaTrentina

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