La propaganda tende sempre più a dominare su tutto visto che ormai l’ossessione dei partiti è la scadenza delle elezioni nazionali dell’anno prossimo (attualmente la previsione che va per la maggiore è che saranno tra marzo e aprile 2027 per anticipare le elezioni a maggio-giugno nelle grandi città). Per questo è difficile orientarsi nell’interpretazione degli avvenimenti.
Sarebbe giusto concentrarsi su questa settimana intensa che vede in sequenza la riunione del G7 in Francia e il Consiglio Europeo, ma per adesso anche qui molta scena e poco arrosto. Le fonti ufficiali di Palazzo Chigi ci fanno sapere che c’è stato un incontro molto cordiale fra Meloni e Trump. Viste le caratteristiche del presidente americano significa poco o nulla, così come le effusioni fra gli altri capi di stato. Ovviamente tutti si felicitano per la firma sul preambolo di accordo fra Usa e Iran (perché di questo per ora si tratta), ma quel che veramente succederà dopo con l’instabilità del potere a Teheran e con l’ingovernabilità del governo Netanyahu è nelle nebbie.
Altrettanto dicasi per la questione ucraina, che sarà oggetto, e scottante, del Consiglio Europeo. I nodi da sciogliere sono molti e tutt’altro che banali, ma non vengono affrontati se non per slogan molto generici.
Resta certo la volontà di un nucleo di paesi europei di continuare nell’assistenza a Kiev, ma, almeno per ora, non si va oltre l’obiettivo di far durare la resistenza degli aggrediti al terrorismo bombarolo di missili e droni russi. L’ingresso accelerato dell’Ucraina nell’Unione europea è una questione spinosa perché si porta dietro tutto il problema dei numerosi altri ingressi in qualche modo in attesa: si avrebbe una Ue a 34-35 membri con squilibri interni non piccoli a fronte di un sistema di governo che è già oggi di difficile gestione e che con un ulteriore allargamento diventerebbe del tutto ingestibile.
La politica italiana però di questo si occupa poco: quasi per nulla a livello di comunicazione pubblica, temiamo in maniera più che tiepida nei circoli specializzati sulla politica estera. A dominare è l’ossessione di manipolare il consenso in vista delle future elezioni in modo da avere un sistema che presumibilmente possa dare un vincitore con relativa maggioranza stabile grazie ad un premio in seggi al vincitore.
Lo schema che sulla carta sembrava funzionare è indebolito se non fortemente a rischio inefficienza per una banale ragione: esso si basava sulla competizione fra due coalizioni che erano ritenute sufficientemente solide e coese, mentre si va capendo che non è affatto così. Già si era detto che il cosiddetto campo largo era una alleanza piuttosto fragile, incapace di darsi pacificamente un leader riconosciuto e di elaborare un programma che non fosse un puzzle di posizioni divergenti camuffate per l’occasione come in accordo fra loro. Per di più adesso ci si sta rendendo conto che non si prevarrà senza quella che viene definita una gamba centrista, che però al momento è un coagulo di sigle nessuna delle quali è in grado di imporsi come decisiva (con il risultato che il bacino dell’elettorato di centro può finire disincentivato dal partecipare ad una competizione che è una gara fra personaggi in cerca d’autore).
Ma la novità vera è che il blocco monolitico del destra-centro è a rischio disgregazione.
L’anello debole della catena è la Lega che dopo aver spinto con Salvini ad abbracciare una politica di qualunquismo populista ha generato da sé il mostro che forse se la mangia, cioè il movimento del generale Vannacci. A quel personaggio il segretario della Lega aveva aperto il palcoscenico della politica nazionale e adesso il caratterista che incarna una destra estrema e forcaiola ha lasciato la compagnia e si è messo in proprio.
Il fatto è che sembra avere ridotto il consenso della Lega più o meno ad un 5%, percentuale che a stare a qualche sondaggio è eguale a quella del suo partito “Futuro Nazionale”, che ha rosicchiato un po’ di consensi a FdI, sicché adesso la percentuale della attuale coalizione di governo non è più solidamente alla pari con quella (teorica) del campo largo. Certo tale tornerebbe se imbarcasse il partito di Vannacci, ma significherebbe una virata verso la destra estrema che quantomeno FI non può accettare, ma che è problematica anche per una parte della Lega (quella dei dirigenti del Nord, Zaia in testa) e che qualche problema pone anche alla ridefinizione del suo campo avviata da Giorgia Meloni.
Insomma i giochi sono, come si usa dire, sparigliati. Vedremo come si andrà avanti.