Sembrava che il percorso della riforma elettorale fosse ormai avviato senza problemi: la maggioranza di governo aveva trovato una specie di “quadra”, le opposizioni facevano ufficialmente muro contro, ma sotto sotto vedevano nel nuovo sistema possibili vantaggi anche per loro.
Tutto funzionava fino a che si poteva ritenere il sistema fosse “imbalsamato” nella contrapposizione di due coalizioni contrapposte che i sondaggi davano sostanzialmente alla pari come intenzioni di voto, sicché tutto si sarebbe giocato nello spostare un relativamente piccolo numero di voti da una parte o dall’altra.
Tutto è saltato nel momento in cui la compattezza presunta delle due coalizioni è stata messa in questione.
Il destra-centro non ha solo il problema della nuova formazione dell’ex generale e oggi eurodeputato Roberto Vannacci che stando ai sondaggi gli sottrae un 5-6% di consensi, ma è alle prese con i travagli interni alla Lega. Se infatti la consistenza di “Futuro Nazionale” deve essere poi messa alla prova delle urne, il tramonto del salvinismo è una realtà che scuote un partito che non solo perde consensi (non solo nei sondaggi: lo si è visto nelle prove elettorali delle amministrative) ma che non sa più darsi un’anima dal momento che Vannacci ha reso più che problematico il populismo reazionario che aveva inaugurato il fu “Capitano”. Tutto questo impatta non poco su FI che ha scelto la postura di una forza moderata, ma che incontra sempre più difficoltà a portarla avanti in un contesto che è attratto dalla radicalizzazione.
Il cosiddetto campo largo ha il problema di come fare spazio in una alleanza che è sempre più caratterizzata dal populismo di sinistra alla cosiddetta “gamba moderata”, che dovrebbe garantire quell’aggiunta di voti senza la quale difficilmente esso riuscirà ad imporsi nella competizione elettorale. In questo caso il problema non è solo che non esiste un soggetto forte che possa coagulare il cosiddetto “centro”, ma ci sono una molteplicità di formazioni (secondo alcune analisi potenzialmente sette o otto) che non si uniscono, bensì che quella divisione è fomentata e sfruttata dai gruppi dirigenti dei tre partiti chiave (Pd, M5S, Avs) per prevalere nella loro competizione interna.
Tutto è reso complicato dalla dissennata decisione di consentire bassi quorum di legittimazione a quei “partiti” che stanno dentro una coalizione, mentre per chi sta fuori, tipo Azione di Calenda, il tetto è il 3%. Con la prospettiva di contare anche con un pugno di consensi, queste piccole formazioni che sinora non hanno avuto alcun rilievo elettorale si organizzano per esercitare di fatto un potere di condizionamento, visto che bisogna puntare a sommare a qualsiasi costo il maggior numero possibile di voti. Questo non solo nelle urne elettorali, ma nel caso del campo largo anche nel sempre più probabile appuntamento delle primarie, dove sia Conte sia Schlein sperano in un supporto (specie ad un eventuale ballottaggio fra i due più votati) di questo o quel partitino. Altri invece sperano che proprio l’affollamento di queste piccole formazioni unita al disgusto di una parte dell’elettorato per questi giochetti porti ad un quadro che non vedrebbe più scelta dei candidati attraverso le primarie, ma per via di un accordo fra i vertici dei grandi partiti (con la speranza di qualcuno che si possa tornare alla vecchia strategia del “papa straniero”).
Come si può facilmente intuire questo non è il panorama migliore per gestire una lunga campagna elettorale (lunga anche se, come si dà per acquisito, si dovesse votare il prossimo aprile) mentre il nostro Paese si troverà sempre più a dover gestire una situazione internazionale senza equilibrio e una politica europea che dovrà misurarsi con scadenze importanti, difficili da gestire con le attuali normative comunitarie.
È tuttavia impossibile che una politica come quella italiana riesca a sottrarsi alla sfida di elezioni nazionali che si pensa possano segnare, in un senso o nell’altro, una nuova stagione. Eppure magari guardando a quel che sta succedendo in Gran Bretagna, i nostri politici potrebbero riflettere su quanto illusorio sia immaginarsi di risolvere i problemi con un appello al popolo su una questione di pura bandiera. Nel Regno Unito il pasticcio della Brexit, che doveva rilanciare la grande Inghilterra (un mito a cui nessuno aveva avuto il coraggio di opporsi decisamente), ha portato a dieci anni di instabilità e declino.
Vediamo non ci capiti lo stesso seguendo i miti contrapposti dei “rinascimenti”, miti che lanciano con incredibile superficialità sia da destra che da sinistra.