La riforma elettorale anima il confronto, emendati alcuni passaggi

Il confronto politico sembra tutto incentrato sulla questione della riforma elettorale e di quel che vi è connesso. Qualche osservatore più assennato nota che in verità, dato il momento assai delicato in cui stiamo vivendo, ci dovrebbero essere problemi più gravi da affrontare, ma il governo non sa cosa presentare al Paese, viste le divisioni nella sua coalizione e gli scarsi spazi di manovra di spesa con cui deve misurarsi, e le opposizioni, dopo aver pontificato che i problemi sono ben altri, non sanno a loro volta cosa proporre in concreto se non i soliti ritornelli (adesso la Schlein ha riscoperto la “patrimoniale”, per sentirsi subito dir di no, sensatamente, da Conte).

Non riuscendo a confrontarsi sui grandi problemi, vien buono l’eterno ricorso alla riforma elettorale (siamo ormai alla quinta o alla sesta), nella illusione che, al contrario di quel che è avvenuto fin qui, si trovi così il bandolo della matassa di una politica senza equilibri. Per la verità è il destra-centro che è convinto di questo, mentre i suoi oppositori del campo largo, non avendo una loro soluzione da proporre, si limitando a rifiutare qualsiasi confronto sulle proposte messe in campo. Il progetto di legge è stato riscritto, ma nella sostanza è quello di sempre, emendato di alcuni passaggi che, si è appreso dalle audizioni dei costituzionalisti, sarebbero finiti cassati dal giudizio della Consulta.

A voler guardare la proposta nella sua struttura grezza, cioè prescindendo al momento da una serie di tecnicalità che pure avranno la loro importanza, il cambiamento importante riguarda non molti punti. Il primo è l’impianto proporzionale della valutazione dei risultati: tocca qualche rendita di posizione nei collegi (non solo per la Lega) e impedisce la spartizione sempre a livello di collegi di alcune vittorie a favore dei partiti minori, ma nel complesso a molti partiti va bene, perché finalmente si evidenzierà il peso di ciascuno. Il secondo è la fissazione del quorum del 42% almeno, con cui la coalizione più votata avrà diritto al premio di maggioranza, ma ancor più problematico è il suo codicillo per cui se nessuna coalizione raggiunge quella soglia si va ad una pura spartizione proporzionale senza dar luogo ad un ballottaggio fra le due coalizioni più votate per assegnare il premio che viene semplicemente cassato.

Qui c’è un punto veramente sospeso, perché da un lato in genere si pensa che al quorum una coalizione potrà arrivarci senz’altro, ma dall’altro c’è in alcuni la segreta speranza che magari ciò non accada e che il gioco per la formazione del governo torni nelle mani dei gruppi parlamentari e del Presidente della Repubblica.

Infine il punto più ostico per il campo largo, ma che qualche problema pone anche all’attuale maggioranza di governo, che è l’obbligo per le coalizioni di indicare preventivamente il loro candidato premier. Ciò non lede veramente il potere di conferimento dell’incarico da parte del Quirinale, perché è implicito in un sistema costituzionale rappresentativo che il Presidente incarichi in prima battuta il vincitore delle elezioni, mentre naturalmente continuerebbe ad esistere un suo potere quasi autonomo di intervento al verificarsi del venire meno delle condizioni di sostegno parlamentare al vincitore uscito dalle urne (e ciò in un quadro come il nostro può sempre succedere in itinere, premio di maggioranza o meno).

Il punto è che la designazione del candidato premier in una coalizione è sempre una faccenda spinosa. Può esserlo molto poco quando, come nel caso del destra-centro, ci sia già la figura inevitabile per la continuità del mandato (Giorgia Meloni): in questo caso al massimo ci sarà da dare qualche contentino agli alleati perché siano leali fino in fondo con la designazione. Diventa un passaggio complicato quando, come nel caso del campo largo, nessun partito ha a disposizione davvero una figura con la statura di un leader capace di tappare la bocca a tutti gli altri. Del resto il principio per cui sarebbe una candidatura che spetta al partito col maggior numero di voti non funziona, per la semplice ragione che ormai i partiti non sono in grado di garantire la tenuta dei propri consensi. Dunque ci vuole una figura che allarga sensibilmente la platea dei voti di partito, che è in grado di mobilitare l’elettorato di opinione o di passioni (pilotate dai media), e allora è troppo facile per ogni partito, anzi quasi per ogni gruppo sostenere che il suo candidato è sicuramente quello capace di fare quell’impresa.

Così si mobiliteranno lotte intestine, sponsor di ogni genere e risma (chi guarda criticamente i talk show li avrà già notati all’opera), nonché tattiche di logoramento dei concorrenti che alla fine logorano tutto il sistema.

vitaTrentina

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