Non è un caso che la Lettera alla comunità dell’arcivescovo Lauro Tisi sia intitolata “Il vasaio”. Richiama un lavoro antico come il mondo, artigianale e complesso come quello di chi si impegna per costruire la pace. E infatti monsignor Tisi lo spiega, sul finire della sua Lettera. “Ho un sogno: veder crescere nelle nostre comunità artigiani che si mettono in gioco per plasmare insieme la pace. Come fosse un vaso di terracotta: argilla umile, lavorata da mani pazienti, attraversata dal fuoco e resa capace di durare”.
Che cosa significhi costruire la pace in un mondo in cui la spesa per gli armamenti aumenta esponenzialmente lo abbiamo chiesto a Giorgio Beretta, analista dell’Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere e le politiche di sicurezza e di difesa (Opal) e attivista della Rete Italiana Pace e Disarmo.
Beretta interverrà sui temi della pace e del disarmo insieme all’arcivescovo di Trento Lauro Tisi lunedì 20 luglio in Val di Fassa e martedì 21 luglio in Val Rendena.
Nella sua Lettera, l’arcivescovo Lauro Tisi segnala il record di spesa militare mondiale raggiunto nel 2025. L’aumento della spesa in armi è una tendenza recente?
I dati forniti annualmente dall’Istituto Internazionale di Ricerche per la Pace di Stoccolma (Sipri) permettono innanzitutto di rilevare che nel 2025 la spesa militare nel mondo ha raggiunto il massimo storico di 2.887 miliardi di dollari, raddoppiando rispetto agli anni della “guerra fredda”. Ma la corsa agli armamenti non è una tendenza recente: è cominciata una decina di anni fa, ben prima dell’invasione dell’Ucraina da parte della Federazione Russa, e vede in prima fila i paesi dell’Unione europea che, come riporta anche il Consiglio europeo, dal 2015 al 2025 nell’insieme hanno raddoppiato la spesa militare portandola da 190 ad oltre 380 miliardi di euro. Già oggi, quindi, l’Unione europea è la seconda potenza mondiale per spese militari, dopo gli Stati Uniti, ma prima della Cina e della Russia. Il riarmo europeo è quindi già in atto da tempo, ma non ha portato maggior sicurezza in Europa, tutt’altro.
Le armi, denuncia ancora Tisi, diventano “sempre più sofisticate, controllate a distanza, mascherate da droni guidati da algoritmi dove l’uomo non si sporca più le mani”. Questa spersonalizzazione rende più difficile attribuire responsabilità?
Con le armi controllate a distanza e ancor più con i sistemi d’arma guidati dall’intelligenza artificiale, i cosiddetti “robot killer”, ovvero le “armi autonome letali”, la guerra sta diventando un videogioco: non ha odore, sudore e sangue, è asettica e impersonale, e le vittime principali sono sempre più i civili. È preoccupante ed inaccettabile la tendenza a delegare ad una macchina la decisione di dispiegare la forza letale perché cambia radicalmente il modo in cui la guerra viene condotta: l’operatore umano deve essere sempre in grado di considerare attentamente sia gli aspetti legali che le conseguenze umanitarie, con informazioni adeguate per prendere una decisione informata. Al di là delle implicazioni strettamente legali (chi sarebbe responsabile: il produttore, il programmatore, il comandante militare oppure lo stesso robot?), rimane la responsabilità fondamentale da parte dello Stato che impiega armi autonome. Ma servono regole globali, ed è per questo che centinaia di associazioni, tra cui la Rete Italiana Pace e Disarmo, sostengono i colloqui in atto alle Nazioni Unite per definire uno strumento giuridicamente vincolante in materia di sistemi d’arma autonomi, in linea con un approccio a due livelli basato su divieti e regolamentazioni.
Mentre si spende in armi, “salgono i costi dell’energia e, a cascata, quelli dei beni quotidiani”, scrive monsignor Tisi. Perché è ancora così difficile far passare questo messaggio?
È vero, non è facile far comprendere che l’aumento delle spese militari ha inevitabili conseguenze nella forma di tagli alle spese sociali, per la sanità, la cultura, l’assistenza ai più deboli. Ma, stando ai sondaggi, l’Italia è comunque uno tra i Paesi europei in cui la popolazione è maggiormente contraria all’aumento della spesa militare proprio per la forte preoccupazione che il riarmo tolga fondi alla spesa sociale. Attenzione, però: non è – come spesso viene fatto credere – una forma di incoscienza o di sottovalutazione delle minacce: più della metà degli italiani non solo è consapevole, ma è preoccupata per i conflitti in corso e anzi teme che porteranno ad una guerra globale e mondiale. Ma non per questo pensa che l’aumento della spesa militare sia una risposta adeguata. È proprio questa consapevolezza che va accresciuta: bene ha fatto monsignor Tisi ad evidenziare nella sua lettera “i giganteschi profitti dell’industria degli armamenti e dei circuiti finanziari che la sostengono”, che sono i gruppi che più di tutti stanno beneficiando della corsa agli armamenti.
Le considerazioni dell’Arcivescovo di Trento si inseriscono nel discorso portato avanti dalla Cei con la Nota “Educare ad una pace disarmata e disarmante” e ai ripetuti interventi di papa Leone XIV. Qual è l’importanza spirituale e politica di queste parole? Come si può diffondere una cultura della pace?
La Nota Pastorale della Cei e gli interventi di papa Leone XIV hanno una grande rilevanza non solo spirituale, ma anche culturale, sociale e politica. Le parole di papa Leone all’Università di Roma “La Sapienza” la esprimono in modo inequivocabile: “Non si chiami ‘difesa’ – ha detto il Papa – un riarmo che aumenta tensioni e insicurezza, depaupera gli investimenti in educazione e salute, smentisce fiducia nella diplomazia, arricchisce élite cui nulla importa del bene comune”. Papa Leone fin dall’inizio del suo pontificato ha richiamato il valore evangelico di promuovere una pace “disarmata e disarmante” ed ha biasimato l’utilizzo strumentale della dottrina della “guerra giusta” che la Chiesa ha da tempo fortemente ristretto alle categorie della “legittima difesa” (imminenza dell’aggressione e proporzionalità della risposta militare che non deve mai avere conseguenze sui civili). La Nota Pastorale della Cei denuncia chiaramente la tendenza, espressa da diversi leader politici europei, ad assumere una cultura ed una mentalità di guerra. E mette in guardia dalla strategia della deterrenza che ha come conseguenza l’accumulo degli armamenti e delle tensioni.
Nella Lettera citata, Tisi annuncia il prossimo avvio di “un percorso formativo rivolto a tutta la Diocesi per educare le nostre comunità a prendersi a cuore la causa della pace”. Come imposterebbe un percorso di questo tipo, su cosa puntare?
Tre aspetti non dovrebbero essere dimenticati. Innanzitutto inviterei i partecipanti al dialogo e all’ascolto reciproco: le persone sentono la necessità di dire il proprio pensiero, di manifestare i propri timori, incertezze e paure. Ma hanno bisogno anche di ascoltarsi a vicenda, di re-imparare l’arte dell’ascolto, che è il primo passo per costruire la pace. Inviterei poi ad ascoltare la voce delle vittime: dai profughi dalle zone di guerra agli operatori umanitari ai giornalisti. Non escluderei, infine, l’idea di promuovere un incontro internazionale invitando i testimoni delle guerre (come gli hibakusha giapponesi, vittime dell’olocausto nucleare), gli obiettori di coscienza israeliani, palestinesi, russi, ucraini e bielorussi, ma anche gli obiettori di coscienza italiani che hanno dovuto affrontare il carcere e le lavoratrici e lavoratori che hanno fatto, e pagato di persona, l’obiezione professionale nelle aziende militari.