“Voi, chi dite che io sia?” (Mt 16,15)

23 agosto: Domenica XXI – Tempo ordinario A

Letture: Is 22, 19-23; Sal 137; Rm 11, 33-36; Mt 16, 13-20

«Ma voi, chi dite che io sia?» (v. 15)

Le letture di oggi ci aiutano a riflettere sul rapporto tra “potere” e “servizio” nella comunità dei discepoli. Nella prima lettura, per sostituire un funzionario corrotto, Isaia annuncia la chiamata di Eliakìm: questi non regnerà ma servirà, e gestirà la casa di Davide come un padre. La seconda lettura descrive come Dio stesso usa il proprio potere: trasforma il male in possibilità di conversione e il peccato nella grazia dell’incontro.

Il vangelo ci riporta sulla strada, dove Gesù pone ai suoi una domanda. Comincia in modo indiretto, «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?» (v. 13).

Le risposte non mancano: Giovanni il Battista, Elia, Geremia, uno dei profeti. Sono le opinioni del tempo, rispettose e persino elevate, ma che tengono Gesù a distanza, catalogato tra le figure del passato.

Poi la domanda si fa personale e non ammette deleghe: «Ma voi, chi dite che io sia?» (v. 15). C’è un momento in cui la fede non può più vivere di ciò che dicono gli altri. Le opinioni sulla religione sono molte e a buon mercato; la confessione personale, invece, costa e impegna. Pietro si espone: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (v. 16).

Non è una semplice definizione teologica: è il riconoscimento che in Gesù è presente il Dio vivo, lo stesso che i discepoli avevano già intravisto sulla barca, dopo la notte sulle acque (14,33). La risposta di Gesù è una beatitudine: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio» (v. 17). Gesù benedice Simone perché riconoscere la vera identità di Gesù non è conquista dell’intelligenza umana, ma dono del in dialogo con la Parola Padre. La fede è sempre una grazia che ci precede. Ed è a questa fede, non alla bravura di Pietro, che Gesù affida la sua comunità: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa» (v. 18). Vale la pena ricordare che questa è la prima volta che nel vangelo risuona la parola «Chiesa»: essa non nasce accanto a Israele, né come una sua sostituzione, ma nel suo grembo. È il compimento dell’antica assemblea convocata da Dio, che ora raccoglie in sé i credenti d’Israele e di tutte le nazioni. Gesù dice: «edificherò».

La Chiesa è una costruzione fatta di persone: uomini e donne di ogni nazione, pietre vive, il corpo con cui Cristo risorto continua ad abitare la storia. E solo in rapporto a Cristo, la roccia vera, Pietro può essere «pietra»: solo la fedeltà di Dio può dare stabilità all’edificio. La comunità dei discepoli partecipa, in questo modo, al mistero stesso di Dio, custodendo nelle sue fragili mani il tesoro divino.

Anche oggi la Chiesa non vive per i meriti e la santità dei suoi membri, ma per la fedeltà di Dio. Fondata nel Crocifisso-risorto, vive della grazia e del mistero del suo Signore. Segnata dal peccato, dalla ricerca del potere e dell’apparenza, dalle divisioni che caratterizzano ogni comunità umana, continua a essere segno di comunione, di libertà e di servizio perché è abitata da Dio. Non dimentichiamo, infatti, che poche righe dopo essere «benedetto», lo stesso Pietro sarà chiamato «Satana», incapace di comprendere il pensiero di Dio (16,23). La roccia è un uomo di «poca fede». È una consolazione: Dio costruisce con materiale fragile, con noi così come siamo, purché ci lasciamo raggiungere dalla sua rivelazione.

Chiediamoci: la mia fede è ancora un’eco di ciò che dicono gli altri, o sono giunto a una confessione personale? Alla domanda «tu, chi dici che io sia?», che cosa risponde oggi la mia vita?

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