«…imparate da me, che sono mite e umile di cuore» (Mt 11,29)

5 luglio: Domenica XIV – Tempo Ordinario A

Letture: Zc 9,9-10; Sal 144; Rm 8,9.11-13; Mt 11,25-30

La liturgia di oggi svela un volto sorprendente di Dio. La prima lettura presenta il messia atteso non come un re guerriero, ma come un servo: le sue “armi” sono la giustizia e l’umiltà, il suo dono è la pace. L’inviato di Dio non si impone con l’arroganza del potere, ma condividendo la vita umile del suo popolo. La seconda lettura ci chiede allora da che parte vogliamo stare: seguire i modelli dominanti, una vita «secondo la carne», oppure lasciarci guidare dallo Spirito, alla sequela di Colui che si è definito «mite e umile di cuore» (Mt 11,29).

Nel Vangelo è Gesù stesso a prendere la parola per rivelare un Dio lontano da ogni forma di egemonia arrogante e appariscente: è il Padre che percorre le strade della mitezza e dell’umiltà, della povertà e dell’irrilevanza sociale. Matteo colloca questa pagina – giustamente definita la perla del suo Vangelo – subito dopo il rifiuto delle città della Galilea (11,20‑24). Giovanni è in carcere, i miracoli di Cafarnao e Betsaida sembrano inutili, cresce l’opposizione. Eppure, nel pieno della crisi, Gesù si ferma stupito e benedice il Padre: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli» (v. 25).

Al tempo di Gesù, «sapienti e dotti» erano coloro che conoscevano la legge e la osservavano scrupolosamente. Pur essendo un impegno ammirevole, nascondeva il rischio dell’analfabetismo del cuore: una sicurezza eccessiva che conduceva al disprezzo verso chi era considerato ignorante o lontano da Dio, «i piccoli». Eppure, Dio si rivela proprio a loro: pescatori, poveri, malati, vedove, bambini, pubblicani e prostitute… sono i preferiti di Dio. Mi piace sottolineare che il termine “piccoli” richiama sia l’immagine del bambino, debole e senza difesa, sia quella dello scartato, di chi vive ai margini della società. Il Dio rivelato da Gesù sfida la logica del mondo: «Dio è vicino a ciò che è piccolo, ama ciò che è spezzato. Quando gli uomini dicono “perduto”, Egli dice “trovato”; quando dicono “condannato”, Egli dice “salvato”; quando dicono “abietto”, Dio esclama “beato!”» (Bonhoeffer).

Gesù ha abbracciato questa logica e chiede a noi, la sua comunità, di «imparare da lui» mitezza e umiltà, perché diventino lo stile dei nostri rapporti in famiglia, nella società, con chiunque ci sta accanto. Solo chi sceglie la piccolezza può costruire comunità inclusive; solo chi crede nella forza disarmata della mitezza può aprire spazi di dialogo e di pace.

Attorno a noi la potenza e la forza economico-militare impoveriscono e annientano intere nazioni mentre sembra contare solo chi è armato, violento, vincente. Gesù va nella direzione opposta: si presenta come l’unico rivelatore del Padre proprio perché «mite e umile di cuore». Non posa sulle spalle di chi è già affaticato pesi insopportabili; non viene con obblighi e divieti, ma reca il dono della pace, offre riposo. La sua umiltà non è debolezza: è fedeltà assoluta alla volontà del Padre, che vuole «misericordia e non sacrificio» (9,13). Il suo giogo diventa così fonte inesauribile di consolazione e di liberazione. E questa promessa non rimane un’idea: prende corpo nella storia ferita — nelle nostre città, nelle nostre famiglie, nei conflitti che ci attraversano — là dove la mitezza di Cristo chiede di farsi strada.

Chiediamoci: dove cerco la mia forza, nel potere che sottomette o nella mitezza che libera? E quali piccoli, oggi, mi attendono perché impari da loro l’alfabeto del cuore?

vitaTrentina

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