4 ottobre: Domenica XXVII – Tempo Ordinario A
Is 5,1-7; Sal 79; Fil 4,6-9; Mt 21,33-43
È la domanda di un amore ferito. Dio ha piantato la vigna, l’ha dissodata, l’ha protetta con una torre e un recinto. Poi ha aspettato il raccolto, come un innamorato attende una risposta. Ma la sua attesa resta delusa: al posto dei frutti, acini acerbi; al posto della giustizia, violenza e oppressione (v. 4). Da quella domanda ferita nasce lo svelamento: la vigna è la casa d’Israele, e i frutti tanto attesi si rivelano essere sopraffazione e ingiustizia (v. 7).
L’immagine della vite è cara alla Scrittura. È il grappolo gigante portato dagli esploratori come segno dell’abbondanza della terra promessa (Nm 13,23); è la pianta che il Cantico dei Cantici celebra come luogo dell’amore (7,13). Proprio per questo la delusione brucia di più: dove ci si aspettava dolcezza, si raccoglie amarezza.
Gesù riprende questa parabola e ne svela l’esito tragico. I servi inviati e uccisi, uno dopo l’altro, rappresentano i profeti (cfr. Ne 9,26). L’ultimo inviato è il Figlio, Gesù stesso, e anche lui verrà rifiutato (Mt 21,34-35). Penso che quei vignaioli ci rappresentino: siamo così aggrappati alle nostre vecchie sicurezze — istituzioni ormai povere di vita, ma comode come stampelle alla nostra poca fede — da non riconoscere più la voce profetica che ci chiama altrove, che ci invita ad abbracciare strade nuove.
Eppure, l’amore ferito non si vendica: si reinventa. Come il vasaio di Geremia rifà con la stessa creta un vaso nuovo (18,4), così Dio annuncia un popolo nuovo, che prenderà il posto di istituzioni ormai morte, guidate da chi bada soltanto a conservare il proprio potere e la propria visibilità. Dio raduna in silenzio un popolo nuovo. È un popolo fatto di piccoli e di poveri, di esclusi e di stranieri, di chi non appartiene perché considerato lontano. Un popolo senza radici etniche esclusive, aperto a chiunque sappia riconoscere Dio nel volto ferito dell’altro.
Non è un caso che questa comunità sia costruita su una pietra scartata (v. 42). La fede nasce da un escluso, torturato e crocifisso, che proprio per questo sa fare spazio a ogni “scarto”. Ecco perché l’accoglienza non è un dettaglio, ma lo stile stesso del discepolato: è il modo concreto in cui si vive il comandamento più grande, quello dell’amore. Il culto a Dio passa per la vicinanza al fratello. Dio lo si incontra lì, tra gli spezzati e i profughi, tra i conquistati e i feriti: la speranza va cercata proprio tra i vulnerabili. È un’accoglienza che non si limita a dare voce al grido di rabbia e al sussurro della speranza, ma educa a prendere parte, con responsabilità, al faticoso cammino di liberazione del mondo.
Leggere questi testi oggi, all’inizio del mese dedicato alla missione, è un dono e una sfida: davanti ai sepolcri del nostro tempo — la miseria, la violenza, la guerra — Dio ci chiede di alzarci, di uscire dalla casa del lutto e di credere ancora che perfino un sepolcro può diventare grembo di risurrezione. La Parola ci assicura che la missione comincia da qui: dal vedere la vita tra le macerie della morte e dall’imparare ad attendere e a fare spazio al nuovo che sta crescendo. Siamo mandati a rimuovere le pietre pesanti che sigillano una storia ferita, a sciogliere le bende della morte, perché un popolo di risorti torni a raccontare futuro: una storia di possibilità e di cooperazione, capace di trasformare l’intera comunità umana nella vigna prediletta di Dio.
Chiediamoci: quale sepolcro ho paura ad aprire? E mentre Dio ancora aspetta: quale frutto sto facendo maturare?