Le “Rilegature dell’Anima” di Sabina Vallazza in mostra all’Atelier Benigni degli editori

Sarà inaugurata venerdì 6 febbraio alle 18, con la presentazione a cura di Fiorenzo Degasperi, la mostra delle opere di Sabina Vallazza, dal titolo “Rilegature dell’Anima”, che fino a mercoledì 25 marzo 2026 animerà gli spazi dell’Atelier Benigni degli editori, in via Belenzani 51, a Trento.

Visitabile dal martedì al venerdì 16-19, sabato 10-13, l’esposizione si adatta perfettamente alle sale dello spazio culturale cittadino, in quanto il fulcro del suo lavoro è il libro, sfogliabile e toccabile. Le opere di Sabina Vallazza sono veri e propri manufatti di memoria e materia, dove il libro cessa di essere un semplice contenitore di informazioni per farsi oggetto scultoreo e sensoriale. In questa serie, intitolata “Rilegature dell’Anima”, l’artista mette in atto una sapiente alchimia tra la terra e la fibra, fondendo la solidità della ceramica con la fragilità millenaria della carta e del legno.

“L’esperienza davanti alle sue opere non è puramente visiva, ma coinvolge l’intero spettro della percezione: sono libri che invitano a essere sfogliati con lo sguardo e quasi “annusati”, richiamando l’odore ancestrale della terracotta e della materia organica. Sulle superfici, Sabina stende il colore con delicatezza estrema, lasciando che il disegno emerga come un’eco lontana”, spiega il curatore della mostra Fiorenzo Degasperi: “Il cuore della ricerca risiede però nei suoi segni: grafie reali si intrecciano a scritture immaginarie, dando vita a un alfabeto personale e fantastico. Sono codici che non chiedono di essere decifrati razionalmente, ma compresi attraverso l’emozione. Ogni pagina diventa così un frammento di un discorso intimo, una stratificazione di pensieri che l’artista cuce e rilega, offrendo al visitatore un viaggio in una dimensione dove la parola si fa carne (o meglio, argilla) e il pensiero si fa volume”.

Sabina Vallazza, gardenese, appartiene ad una famiglia atavicamente legata all’arte e all’artigianato: il bisnonno Josef Moroder Lusenberg, pittore autodidatta, il nonno Celestino Vallazza, fabbro, e il padre Adolf, magico scultore ligneo. L’arte quindi è da lei respirata, mangiata, bevuta tutti i giorni fin dalla nascita: incontrata nel laboratorio paterno dove tra un folto bosco di totem e troni si aggiravano pure critici e letterati. Artista a scavalco di tre culture: quella ladina, italiana e tedesca, che Vallazza ha sempre visto come trampolini di lancio per le idee, arricchimento di esperienze che, poco o tanto, poi si ritrovano nei suoi lavori. Tutto ciò le ha permesso di volare alto, di essere una vagabonda della cultura, cogliendo negli accadimenti del mondo ciò che valeva la pena di essere salvato e vissuto, da ciò che poteva essere abbandonato su di una zattera al proprio destino perché ininfluente sulla sostanza della vita.

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