«Ecco, il seminatore uscì a seminare» (Mt 13,3)

12 luglio: Domenica XV – Tempo Ordinario A

Letture: Is 55,10-11; Sal 64; Rm 8,18-23; Mt 13,1-23

Con questa domenica iniziamo a leggere Matteo 13, il grande discorso in parabole. Gesù lascia la casa, si siede in riva al lago; la folla è così numerosa che deve salire su una barca: il maestro parla dall’acqua, la gente ascolta dalla riva. E racconta di un seminatore.

Colpisce subito qualcosa. Il seminatore è prodigo fino allo spreco: getta il seme ovunque, sulla strada, tra i sassi, fra le spine, sulla terra buona. Non calcola, non risparmia, non seleziona il terreno “degno” del seme. Semina e basta, con una generosità che a noi pare quasi sconsiderata. È il ritratto di un Dio che crede nella terra più di quanto la terra creda in se stessa, che continua a fidarsi anche del suolo battuto e pietroso, delle spaccature, dei tagli, delle ferite. La prima buona notizia della parabola, dunque, è l’instancabile fiducia di chi semina.

Poi c’è la sorte del seme, ed è la nostra storia. Quanta Parola cade lungo la nostra strada e non entra; quanta finisce sul terreno sassoso degli entusiasmi senza radice; quanta soffoca tra le spine delle preoccupazioni e della frenesia quotidiana! Gesù non lo nasconde: gran parte del seme sembra perduto. Eppure, la parabola non è un lamento sul fallimento, né un atto di accusa verso il terreno inospitale. È, al contrario, un annuncio di fiducia ostinata: nonostante strade, sassi e rovi, il seme incontra terreno accogliente, dove può produrre un raccolto abbondante: il trenta, il sessanta, addirittura il cento per uno. Come può accadere questo?

La prima lettura ci offre la chiave di interpretazione della parabola. Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi tornano senza aver irrigato la terra, così è la Parola che esce dalla bocca di Dio: non torna a vuoto, ma compie ciò per cui è stata mandata (Is 55,10‑11). Il profeta contempla il progetto di Dio che si realizza non al di fuori o a scapito del progetto umano, ma dal suo interno, fecondandolo e facendolo crescere. Questo, però, richiede rispetto dei tempi di ciascuno, pazienza e cura: nulla è immediato, tutto matura nel tempo, nascosto nel grembo della terra.

Da una prospettiva diversa, ma con la stessa intensità, anche la seconda lettura esprime questo mistero: la creazione intera geme nelle doglie del parto, in attesa (Rm 8,22). Paolo guarda la sofferenza che lo circonda per scorgervi non il rantolo di un moribondo, ma il grido di una partoriente. Il dolore del presente, la mancanza di senso, la presenza del male… non sono l’ultima parola, ma il travaglio di una nascita.

Ed è proprio in questo travaglio che nasce anche la nostra tentazione più grande: davanti al poco frutto che vediamo – in noi stessi, nella Chiesa, nel mondo – rischiamo di scoraggiarci, di conservare il seme per i terreni sicuri o addirittura di smettere di seminare. Ma il Vangelo ci consegna un Dio che non si stanca di gettare, che non seleziona i terreni e non fa l’inventario dei meriti prima di donare la sua Parola. E proprio Lui ci chiede di assomigliargli: di seminare vita anche dove sembra inutile, di non giudicare in anticipo nessun terreno perché la terra che oggi appare arida o soffocata dai rovi può diventare domani il campo del cento per uno. Perché la terra buona, alla fine, non è una qualità che possediamo: è qualcosa che diventiamo, quando lasciamo che la Parola scenda in profondità e vi metta radici.

Chiediamoci: quale terreno sono oggi per la Parola che mi raggiunge? Condivido la generosità di Dio, che continua a seminare anche dove ogni calcolo direbbe di smettere?

vitaTrentina

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