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Una coalizione senza pace

La convinzione di molti fra gli osservatori è che la tenuta del governo stia lentamente venendo meno. Ormai si discute solo su due cose. La prima è se la crisi arriverà prima o dopo il voto del 26 gennaio in Emilia e in Calabria (più probabile dopo). La seconda è se la crisi sfocerà davvero in uno scioglimento anticipato della legislatura o se la volontà di sopravvivenza degli attuali parlamentari porterà ad una crisi pilotata.

Parole chiave: Territorio (19852)

Forse c’era da aspettarselo, perché il lupo perde il pelo, ma non il vizio. Tuttavia per un brevissimo intervallo era sembrato che il richiamo all’ordine di Grillo avesse pacificato, o almeno costretto alla prudenza i Cinque Stelle. C’ha pensato rapidamente Di Maio a mettere in chiaro che non era così: prima stoppando l’ipotesi di alleanze col PD alle prossime regionali, poi minacciando sfaceli se non si accetta che entri in vigore la controversa norma sulla prescrizione approvata in modo confuso dal precedente governo su progettazione del suo amico Bonafede.

Il partito di Zingaretti si è trovato doppiamente spiazzato. In primo luogo perché le scelte sulle regionali fanno regredire il quadro politico: Grillo si era evidentemente convinto che convenisse al suo movimento accettare la dinamica bipolare che era andata montando e che trovava consensi anche imprevisti (vedi movimento delle sardine), mentre Di Maio sogna ancora un M5S ago della bilancia e capace di rendere “tripolare” il contesto politico. In secondo luogo perché con la storia della prescrizione si è visto imporre una norma che è una bandierina del populismo giustizialista più che una ragionevole riforma del nostro sistema giudiziario.

Tutti sanno che tirare i processi per le lunghe in modo che chi è imputato possa fruire della prescrizione è una tecnica a cui fanno scientemente ricorso gli avvocati più disinvolti, spesso a tutela di clienti colpevoli, ma danarosi. Tutti sanno però anche che il tirare per le lunghe un procedimento è altrettanto una tecnica a cui ricorrono magistrati che hanno avventatamente avviato azioni giudiziarie per cui non trovano pezze d’appoggio sufficienti, in maniera che non possano essere sconfessati (con la prescrizione potranno sempre dire che se si fosse potuto andare avanti avrebbero vinto loro).

E’ chiaro che la soluzione del problema non è impedire che si prescrivano processi che durano un numero eccessivo di anni (o a volte anche semplicemente indagini preliminari che si fanno durare così a lungo: pare che riguardi oltre il 60% dei casi che cadono in prescrizione). La soluzione razionale è costruire un sistema in cui i processi abbiano davvero la famosa “ragionevole durata”. Per farlo ci vogliono una pluralità di interventi: dal dotare il sistema giudiziario di migliori strutture e più addetti, al togliere tutte le furberie procedurali che consentono tanto all’accusa quanto alla difesa di tirarla per le lunghe senza costrutto.

Sembra che su questa prospettiva di buon senso non si riesca a trovare modo di lavorare, perché prioritariamente ciascuno vuole piantare la sua bandierina e ciascuno ha la sua corte di fan e di clienti che lo spingono a tenere duro.

Il governo così finisce per trovarsi impantanato in nuove lotte intestine alla sua maggioranza proprio mentre è costretto ad affrontare emergenze importanti. Se la vicenda dell’ex Ilva sembra conoscere qualche schiarita, affonda l’operazione su Alitalia che non riesce a trovare un compratore (e che si è mangiata nell’ultimo decennio qualcosa come 9 miliardi di sussidi pubblici) e un’ondata di forte maltempo ha messo in luce tutte le fragilità del nostro territorio e delle sue infrastrutture.

Sulla legge di bilancio si continua a procedere per via di revisioni. Alla fine il governo ha mollato tanto sulla plastic tax che sulla tassazione delle auto aziendali, ma lo ha fatto continuando a tacere sulle ragioni che l’avevano indotto a quello che sembrerebbe un grave errore. In compenso non c’è stato problema a fare una bella infornata di nomine in vari enti economici, dando alla gente il messaggio che poi quando si discute di poltrone alla fine un criterio di spartizione che accontenta un po’ tutti si trova sempre.

La convinzione di molti fra gli osservatori è che la tenuta del governo stia lentamente venendo meno. Ormai si discute solo su due cose. La prima è se la crisi arriverà prima o dopo il voto del 26 gennaio in Emilia e in Calabria (più probabile dopo). La seconda è se la crisi sfocerà davvero in uno scioglimento anticipato della legislatura o se la volontà di sopravvivenza degli attuali parlamentari porterà ad una crisi pilotata, anticamera di un qualche governo di transizione (magari di una lunga transizione) per portare le Camere almeno vicino al termine di scioglimento naturale.

Non è un bell’orizzonte quello che abbiamo davanti. Dobbiamo davvero sperare contro ogni speranza che accada qualcosa capace di sbloccare in positivo questa situazione.

Dida: La prima pagina de Il Messaggero di lunedì 25 novembre

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