Il medico di montagna Sandro Carpineta

Specializzato in psichiatria, con la montagna cura il disagio esistenziale dei suoi pazienti, accanto a progetti che si occupano di persone ipovedenti, con disabilità fisiche, difficoltà sociali, problemi di tossicodipendenza: è il medico di montagna Sandro Carpineta, intervistato dalla classe 1aB delle scuole medie dell’Arcivescovile.In cosa consiste il suo lavoro?

Io sono un medico specialista in psichiatria, e sono appassionato di montagna. La medicina di montagna è nata per problemi legati all’ambiente “ostile” della montagna (dalle valanghe al freddo). Ma si occupa anche di tante altre cose… La Commissione Centrale Medica del CAI, di cui faccio parte, è per me una bella occasione per far interagire passione e professione.

Che cos’è il CAI?

È un’associazione che qui in Trentino conosciamo come SAT. Ci sono più di 300 mila iscritti al Club Alpino Italiano, che quest’anno fa 150 anni di storia. Il CAI ha diverse commissioni, degli organismi tecnici che a livello nazionale si occupano di temi legati alla montagna: sentieri, rifugi, valanghe, geologia… ma anche problemi legati alla salute delle persone. La Commissione Centrale Medica è una di queste.

Cosa fa la questa Commissione Medica?

È costituita da sei-sette medici specialisti in varie branche della medicina, tutti con passione e competenze specifiche in campo di Medicina di montagna. La Commissione Centrale del CAI sviluppa progetti di sensibilizzazione e di intervento legati alla montagna come ambiente “ostile” che ci fa incontrare rischi e difficoltà che vanno affrontati a livello sanitario (il soccorso alpino, per intenderci) ma guarda anche alla montagna come una risorsa per curare molte patologie. Ad esempio, io mi occupo delle persone che hanno un disturbo psichiatrico o psicologico. Curo i loro problemi esistenziali con la montagna.

La classe 1aB delle scuole medie dell’Arcivescovile

Che tipo di malattie si possono curare in montagna?

In Trentino, così come in altre regioni, ci sono belle esperienze anche con persone non vedenti o ipovedenti, o con persone che hanno difficoltà nella motricità. L’ambiente montano può essere “usato”, in senso nobile, anche per aiutare chi ha difficoltà sociali, disabilità fisiche, problemi ortopedici, o di tossicodipendenza. Ci sono tantissimi progetti: ad esempio l’università di Roma si sta occupando della montagna per le persone diabetiche. Addirittura, un gruppo aiuta le persone con problemi di ansia e attacchi di panico, proprio facendo un escursionismo abbastanza complesso.

Cosa fa con i suoi pazienti?

Per dirla semplicemente… li porto in montagna. I progetti, numerosissimi in Italia, nascono tra una collaborazione stretta tra il mondo della sanità e quello dell’alpinismo – la SAT in Trentino e il CAI a livello nazionale. Il comune denominatore è di portare le persone a riscoprire delle parti di sé in un ambiente potenzialmente ostile, il tutto facilitato dalle dinamiche di gruppo. In Commissione mi occupo anche di prevenzione e sensibilizzazione: ad esempio lo scorso anno ho ideato un gioco in scatola, che ho realizzato con l’amico Fabio Vettori. Si chiama “La salute non è un gioco” e con le formiche di Vettori insegna ai ragazzi ad andare in montagna in maniera sana.

Le piace fare il medico?

Il medico è un lavoro come un altro, ma non si può non pensare che “fare il medico” vuol dire “aiutare l’altro”; mettersi a contatto con le difficoltà e le sofferenze arricchisce questo lavoro. Il “medico di montagna”, poi, non è il tipo di medico che si mette i guanti, la mascherina e il camice. In montagna si cambiano un po’ le carte in tavola (ad esempio ci diamo tutti del tu) ma bisogna stare al gioco… ed è un bel gioco.

Come è arrivato alla Commissione del CAI?

Quando abbiamo cominciato nella mia sezione della SAT di Riva del Garda ad occuparci di questo tema, ho conosciuto una persona, l’allora presidente generale del CAI Annibale Salsa, che credeva moltissimo nel progetto e mi ha “cooptato”, così mi disse lui quel giorno, per la Commissione Medica. Nel tempo abbiamo scoperto che c’erano decine e decine di gruppi che autonomamente facevano già queste cose.

Come si sta evolvendo la ricerca medica nel campo della montagna?

Dieci anni fa non si sarebbe mai immaginato che un paziente cardiopatico potesse andare in montagna: oggi può addirittura salire sul Monte Bianco. Sono stati progettati anche degli strumenti per chi ha disabilità motorie. Non so se avete mai sentito parlare della joëlette (nella foto, ndr), ce ne son alcune anche in Trentino: è una poltrona montata su un sistema di ruote, accompagnata da tre o quattro persone, che permette a chi non ha l’uso delle gambe di muoversi su percorsi estremamente difficili e sconnessi. O ancora, ho sentito dell’esperienza di un fisioterapista in Germania che cura forme molto gravi di scogliosi con esercizi in parete di arrampicata. Tecnicamente è un discorso complicato, ma è per dire che la montagna ci offre ancora tante possibilità da esplorare…

Quale messaggio vuole lasciare a noi ragazzi?

Ricordo che trenta anni fa c’era un manifesto del CAI che diceva: “Attenzione, la montagna è severa”. Adesso stiamo girando pagina: attenzione la montagna è salute. Pensate anche voi alla salute come qualcosa da salvaguardare… anche andando in montagna.

Intervista a cura della classe 1aB delle scuole medie dell’Arcivescovile


La scheda:

Nome: Sandro

Cognome: Carpineta

Professione: Psichiatra… appassionato di montagna

Segni particolari: è membro della Commissione Medica Centrale del CAI (a titolo di volontariato), ma alcuni progetti con il CAI sono in collaborazione con il distretto sanitario dell’Alto Garda, dove svolge la sua professione di psichiatra

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