La vera pace non si fonda sulla forza

La bandiera della pace

Quando il 28 febbraio scorso è scoppiata questa nuova guerra erano già diversi giorni che la tensione stava crescendo in tutta la regione mediorientale e nei colloqui che avevo avuto fino a quel giorno con diplomatici di vari paesi e con responsabili di intelligence tutti davano per scontato – per varie ragioni – che l’attacco congiunto USA-Israele nei confronti dell’Iran ci sarebbe stato, e a breve. Nei notiziari continuava a rimbalzare la notizia che all’inizio di questa settimana ci sarebbe stata una nuova sessione di colloqui diplomatici. I negoziatori parlavano di progressi.

A un amico giornalista mi ero permesso di far notare che si stava utilizzando lo stesso schema utilizzato nel giugno 2025, cioè illudere la controparte iraniana che i negoziati avrebbero dovuto continuare, e prima di avviare la nuova sessione di colloqui colpire all’improvviso con obiettivi personali e strutturali: i quadri della Repubblica islamica e le infrastrutture militari. La classica tattica del bluff. Entrambi i gruppi negoziali hanno anche usato la tattica della finta negoziazione: da un lato USA e Israele hanno di volta in volta alzato la posta, dall’altro l’Iran ha cercato di concentrare il dialogo su obiettivi che permettessero di procrastinare l’accordo piuttosto che di raggiungerlo.

Il segnale decisivo che l’attacco era imminente è arrivato quando l’Ambasciata USA presso Israele, così come le altre Ambasciate USA nei paesi mediorientali, hanno diramato l’avviso ai loro connazionali di lasciare il Medio Oriente.

La mattina del 28 febbraio ci siamo svegliati perciò con la notizia che l’attacco era iniziato e che la Guida Suprema dell’Iran, l’ayatollah Khamenei, era stato probabilmente ucciso. A metà mattina dovevo accompagnare un gruppo di diplomatici delle varie ambasciate presenti in Giordania per una visita guidata del Memoriale di Mosè sul Monte Nebo. La visita era programmata da un paio di mesi e si erano prenotati una quarantina tra ambasciatori e altro personale diplomatico.

Per ovvie ragioni solo una quindicina sono saliti al Nebo e alle 11, quasi al termine della visita, hanno suonato le sirene di allarme e pochi minuti dopo abbiamo cominciato a sentire le prime esplosioni, dovute ai colpi della contraerea giordana che abbatteva missili e droni iraniani diretti contro obiettivi giordani o istraeliani.

Da sabato fino ad oggi le sirene hanno suonato più volte e più volte abbiamo udito – di giorno e di notte – i colpi sparati dalla contraerea e visto i frammenti illuminare il cielo notturno come stelle filanti.

La domanda che ovviamente tutti qui ora si pongono è: quanto durerà questa guerra? Finirà o si allargherà ulteriormente proprio come è successo in questi anni nei quali abbiamo visto molte guerre iniziare e propagarsi come un incendio incontrollato e incontrollabile e di fatto non ne abbiamo ancora vista finire nemmeno una? E quelli che l’hanno messa in moto hanno la consapevolezza del rischio di una crescita incontrollabile del conflitto o sono come bambini che giocano col fuoco in una foresta arsa dal sole e dal vento nel pieno dell’estate? E si rendono conto che il prezzo di questa follia sarà pagato ancora una volta dai civili e dai più inermi tra di loro, e che è ora di smetterla di chiamare danni collaterali le vittime civili, così come la distruzione di scuole, ospedali e luoghi di preghiera?

In questo contesto e in questa situazione c’è solo da augurarsi che le parole di papa Leone pronunciate all’Angelus di domenica scorsa raggiungano le coscienze delle persone a tutte le latitudini: “Seguo con profonda preoccupazione quanto sta accadendo in Medio Oriente e in Iran, in queste ore drammatiche. La stabilità e la pace non si costruiscono con minacce reciproche, né con le armi, che seminano distruzione, dolore e morte, ma solo attraverso un dialogo ragionevole, autentico e responsabile. Dinanzi alla possibilità di una tragedia di proporzioni enormi, rivolgo alle parti coinvolte l’accorato appello ad assumere la responsabilità morale di fermare la spirale della violenza prima che diventi una voragine irreparabile! Che la diplomazia ritrovi il suo ruolo e sia promosso il bene dei popoli, che anelano a una convivenza pacifica, fondata sulla giustizia. E continuiamo a pregare per la pace” (papa Leone XIV, 1° marzo 2026).

C’è da sperare – senza peraltro illudersi – che queste parole riescano a mettere in crisi le certezze belliciste di chi sta promuovendo, sponsorizzando e giustificando questa nuova guerra e l’uso stesso della guerra come necessaria per ottenere non la vera pace che si basa su giustizia, verità, libertà e amore, come aveva indicato già da Giovanni XXIII nel lontano 1963, ma una finta sicurezza internazionale che si basa invece su deterrenza, cioè paura, violenza e uso sproporzionato della forza, col supporto di una forma di comunicazione che non è informazione ma propaganda

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