Oltre l’IA, voci e volti umani

Dopo il sole posto al centro dell’universo da Copernico, l’evoluzionismo introdotto da Darwin e il peso all’inconscio dato da Freud, filosofi e sociologi attribuiscono al trionfo del digitale il ruolo di una vera e propria rivoluzione dell’umanità. La quarta. Difficile non essere d’accordo, soprattutto ora che le tecnologie digitali, rese possibili dalla “riduzione” di ogni elemento comunicativo – voci, testi, immagini – a dato numerico e algoritmico, sono divenute sempre più apparentemente “intelligenti” e in grado di sostituirsi all’uomo in molti aspetti del proprio mansionario quotidiano.

La sedicente e seducente Intelligenza Artificiale gestisce molto meglio di noi quantità industriali di “dati” depositati in rete: per questo riesce a sintetizzare in pochi secondi un corposo rapporto, stilare convincenti verbali di riunioni aziendali fiume o trascrivere in pochi secondi una lunga intervista. Non solo: essa si è fatta pure “generativa”. Crea, cioè, pescando dal suo enorme archivio, contenuti del tutto nuovi: prepara discorsi, struttura e redige articoli, pubblica autonomamente notizie, abbozza paesaggi e contesti naturali, disegna volti o li toglie dalle immagini, sintetizza voci, e lo fa in modo del tutto realistico. Ancor prima della diffusione popolare di applicazioni basate sull’IA popolare, il digitale conteneva già in sé un dato di fatto, ovvero l’essere facilmente duplicabile all’infinito. Con una conseguenza: se una stessa immagine, ad esempio, si può materializzare in contemporanea su migliaia di schermi, come posso risalire all’originale? E se non riconosco più alcuna differenza tra l’originale e la copia, si diffonde una strisciante e graduale indifferenza al punto che – denuncia il filosofo della comunicazione Adriano Fabris – nulla m’importa più.

Se poi quell’originale non ha alcun aggancio con la realtà ma è solo il prodotto di una macchina, allora la percezione di lontananza dal reale si fa ancora più evidente. E con esso un crescente e pericolosissimo distacco dalla vita concreta nella quale mettersi in gioco. Nel Messaggio per la 60ª Giornata della Comunicazioni sociali che la Chiesa celebra domenica prossima, papa Leone XIV lancia un allarme motivato: di fronte ad un’IA ritenuta nuovo oracolo – al primo dubbio interpello Chat GPT o Gemini – sottrarsi allo sforzo del proprio pensiero per affidarsi a uno strumento che, ad oggi, agisce solo per via statistica, illudendoci di fornirci risposte personalizzate, rischia di minare alla base le nostre capacità cognitive, emotive e comunicative.

Dal Papa arriva anche un richiamo etico imprescindibile ad alzare la testa di fronte ai grandi potentati economici della guerra tecnologica, i quali della nostra indifferenza intellettuale fanno la loro arma vincente, non solo nella sfida tra device e software ma anche come tecnologia applicata in forma estesa alla guerra tra nazioni, dove il lavoro “sporco” di eliminare vite umane – quelle vere, non i protagonisti dei videogiochi – è affidato a droni pilotati da algoritmi. Si dirà che ogni rivoluzione ha le sue vittime. Queste appartengono alla quarta. Ma non fanno più notizia. Chi ci salverà? Prevost non ha dubbi: il ritorno alle voci e ai volti, quelli vere, non artificiali, cartina tornasole dell’umano. Non serve scovare chissà quali argomentazioni per ribadire la superiorità dell’uomo sulla macchina. Se Dio vuole, non saremo ricordati per l’abilità con cui avremo saputo interloquire con una tastiera e uno schermo per ottenere il miglior risultato possibile nel minor tempo possibile. Il banco di prova resta ben altro: passa dal prendere atto dei propri talenti e tradurli in applicazione (quella letterale, non informatica), serietà, affidabilità. E insieme coltivare relazioni significative, umili, disposte a valorizzare le risorse altrui e fare squadra. Che sia un giornalista alle prese con testi didascalici e ripetitivi o uno studente in cerca di spunti per l’esame o per la tesi, i sistemi di AI resteranno sempre scorciatoie più o meno efficaci. Ma nulla potrà toglierci il gusto di una parola sussurrata da cuore a cuore, di una mano fatta scivolare teneramente su di un volto, di un abbraccio festoso o consolante.

P.S. Per la stesura di questo articolo non è stato fatto alcun uso di IA. Prima o poi sarà opportuno dirselo.

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