21 giugno: Domenica XII – Tempo Ordinario A
Letture: Ger 20,10-13; Sal 68 (69); Rm 5,12-15; Mt 10,26-33
«Non abbiate paura» (Mt 10,31).
Per tre volte, nel vangelo di oggi, Gesù ci chiede di non avere paura. Eppure, viviamo un tempo in cui la paura è diventata strumento di governo, chiave per controllare i conflitti, modalità ordinaria di rapportarsi all’altro. Davanti a questa distorsione della realtà, Gesù offre una pedagogia umanissima: ciò che conta è una relazione nuova, capace di liberare dalla paura.
Le letture, tuttavia, non sono disincarnate: il mondo non ama i profeti perché li considera una minaccia alle proprie false sicurezze. Nella prima lettura incontriamo il dramma di Geremia: la fedeltà alla parola di Dio si è trasformata per lui in strumento di persecuzione. Nella disperazione chiede a Dio di intervenire, perché il popolo che ama ha risposto al suo annuncio con sevizie e insulti, alla sua tenerezza con indifferenza e violenza.
La stessa situazione è vissuta dai discepoli di Gesù, mandati ad annunciare la sollecitudine di Dio in un mondo ostile. L’annuncio di pace genera persecuzione. Per questo, per tre volte, Gesù dice loro — e a noi — di non avere paura.
Il primo invito (vv. 26-27) assicura che Dio stesso garantisce la verità della sua Parola: è parola trasparente perché proviene da Lui; è parola vera perché inchiodata alla croce; è parola certa perché contiene la forza della risurrezione.
Il secondo (v. 28) invita a guardare i potenti, coloro che ritengono di controllare il destino dei popoli e di soffocare nel sangue l’annuncio del vangelo. Gesù ne svela la limitatezza: non sono Dio, non possiedono il potere sulla vita e sulla morte. L’unico giudice è il Padre, ed Egli conosce la verità dei cuori. Per questo occorre una scelta radicale: Dio o il consenso umano, la fedeltà al vangelo o la popolarità sociale.
Il terzo appello (v. 31) si fa tenero e concreto. Dio cura anche ciò che è ignorato, come la vita di un passero venduto per pochi spiccioli. Da qui nasce una grande assicurazione: voi valete. Per Dio io valgo — più dei passeri, più dei fiori del campo, più di quanto osavo sperare. Finisce la paura di non contare, di dover sempre dimostrare qualcosa. Per come sei, così come sei… tu vali… al punto che Dio conta tutti i capelli del capo. Non c’è nulla, assolutamente nulla, che non sia fuori dal suo sguardo e dal suo potere, perché per chi ama nulla è insignificante.
Eppure, verranno notti, reti di cacciatori, verrà anche la morte (Sal 68). Tuttavia, Gesù ci insegna a temere «piuttosto chi ha potere di far morire l’anima» (v. 28). E l’anima può morire davvero: nel lento spegnersi di chi non rischia e non vuole cambiare; nel lamento che diventa abitudine; ella morte quotidiana che uccide i sogni.
Per questo il vangelo insiste: neppure un passero cadrà “senza il Padre”, fuori dalle mani di Dio. Nel fratello crocifisso è Cristo a essere ancora inchiodato; quando un uomo non può respirare, è Dio stesso che soffoca. Dio non spezza ali: le guarisce, le sostiene, le rilancia.
Questo vangelo destabilizza e rassicura: anche se la tua vita fosse leggera come un passero, fragile come un capello, tu vali. Non perché produci o hai successo, ma perché esisti, amato nella gratuità come i passeri e nella fragilità come i capelli. Le mani del Padre sono il tuo nido: dalle sue mani ogni giorno spicchi il volo; nelle sue mani ogni volo termina. E là dove credevi di finire, proprio là comincia il Signore.
Chiediamoci: di cosa abbiamo paura? Qual è la sorgente del mio valore: Dio o i “like” della popolarità?