28 giugno: Domenica XIII – Tempo Ordinario A
Letture: 2Re 4,8-11. 14-16; Sal 88 (89); Rm 6,3-4. 8-11; Mt 10,37-42
«Chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà» (Mt 10,39).
Le letture di oggi legano insieme due concetti apparentemente distanti: appartenenza e accoglienza. La prima lettura narra come il profeta Eliseo sia accolto proprio perché appartenente a Dio. In lui, senza saperlo, la donna di Sunem accoglie Dio stesso, la sorgente della vita, e riceve in dono la capacità di generare vita.
Il vangelo approfondisce lo stesso tema scuotendoci con una frase provocatoria: «Chi ama padre o madre più di me non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me non è degno di me» (v. 37). Appartenere a Cristo esige un distacco radicale. Per il discepolo, infatti, seguire Gesù è una passione esclusiva, unica. Essa conduce a spezzare ogni legame che impedisca di lasciare tutto per seguirlo, a partire da ciò che si ha di più caro: i rapporti familiari e di amicizia. Tutto questo, pur essendo buono e legittimo, non può essere preferito al Cristo — non perché egli ci voglia senza cuore o con un cuore di pietra, ma perché ogni legame ha senso soltanto se vissuto con Lui, per Lui e in Lui.
Gesù spiega tutto questo nella logica della croce: «Chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me» (v. 38). Cosa significa? Cosa c’entra la croce? Nella nostra comprensione, purtroppo, la croce indica vittimismo, sofferenza e distruzione di sé. Dimentichiamo troppo spesso che Dio è creatore, amante della vita: non ama il dolore né l’annientamento di ciò che ha creato. Credo perciò che, in questo testo, la croce sia simbolo di appartenenza: una vita donata per amore, gratuitamente, proprio come ha fatto Gesù. Questa intuizione è rafforzata dalla spiegazione che segue: «Chi avrà tenuto per sé la propria vita la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia la troverà» (v. 39). Il gioco verbale tra perdere e trovare è un paradosso vitale: nella logica del vangelo ciò che non è donato è perduto; si possiede soltanto ciò che si è dato.
La croce diventa allora scuola di condivisione e accoglienza, perché educa a passare da un’esistenza concentrata su se stessi, sui propri obiettivi e successi, a un’esistenza offerta, dove il proprio io diviene sempre più l’Io di Gesù: «Chi accoglie voi accoglie me» (v. 40). Il discepolo missionario è un “piccolo”, ma porta la presenza del Cristo in ogni gesto, in ogni silenzio e parola. Sarà, tuttavia, fedele alla propria vocazione soltanto nella misura in cui saprà scomparire di fronte a Colui che annuncia, servendolo in modo autentico in ogni “altro”. Allora il mondo intero diventerà la sua famiglia e tutti i popoli i suoi figli. Libero da tutto, potrà essere a casa ovunque ed essere accolto come Gesù stesso, di cui prolunga la presenza nella storia.
La seconda lettura riassume tutto questo in un appello: battezzati in Cristo «possiamo camminare in una vita nuova» (Rm 6,4). Immersi nella morte e nella risurrezione di Gesù, possiamo andare come Lui di casa in casa, di volto in volto, di accoglienza in accoglienza, toccando piaghe e spezzando pane.
Il Risorto desidera discepoli lieti, capaci di amare senza calcoli, perché solo ciò che doniamo diventa davvero nostro. E la ricompensa promessa non è un premio da ottenere, ma una relazione da abitare: Dio stesso che si dona, e la comunione con ogni “altro” che incontriamo sul cammino. In questa comunione — con Lui e con i fratelli — la vita si fa nuova, e la nostra presenza nel mondo prolunga la sua.
Chiediamoci: cosa stiamo trattenendo per paura di perdere? Quale dono “bloccato” ci sta impoverendo?