Forse molti lettori hanno provato fastidio a constatare che la scelta del commissario tecnico della nazionale azzurra sia diventata la vera questione “nazionale”. Tanto da occupare il primo posto in tanti notiziari radiotelevisivi e il taglio alto di quotidiani nazionali che un tempo si dicevano autorevoli: “Caos Italia”, titolo ricorrente, quanto sproporzionato. Non solo per questioni estere ben più gravi – dall’occupazione in Cisgiordania alle violenze dimenticate in Sudan -, ma pure per le scelte governative sulla difesa (il programma “Safe”), malcelate nel periodo balneare.
Un’opera di “distrazione di massa” che ha cancellato quasi completamente la notizia del cinquantesimo anniversario della prima nomina a ministro di una donna in Italia: era il 29 luglio 1976, terzo governo Andreotti e lei, ex staffetta partigiana, si chiamava Tina Anselmi. Una data e un nome che invece meriterebbero ancora un titolo di apertura: nella sua guida del Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale ci ha mostrato uno stile d’impegno sociale e politico virtuoso, per rigore istituzionale e autonomia di giudizio, non a caso riconosciuto da ogni parte dello schieramento politico. Come raramente avviene in Italia, oggi forse soltanto per il nome di Sergio Mattarella (e non sempre).
I giovani possono ancora ritrovare il volto di Tina nella fiction “Una vita per la democrazia” su Raiplay, con quella semplicità veneta e il suo protagonismo generoso: “Se vuoi cambiare il mondo, devi esserci”, usava dire già allora. Vado a ripescare anche la straordinaria lezione a Trento il primo giugno 1984 quando don Silvio Franch la invitò a parlare al Congresso Eucaristico Diocesano da presidente della Commissione Parlamentare sulla Loggia P2. Mise in guardia dal “demoniaco del potere”, citando Romano Guardini, e fece agli amministratori locali una raccomandazione che oggi possiamo girare anche ai consiglieri trentini impegnati nel dibattito sull’assestamento di bilancio, ma anche (forse troppo) nella ricerca di una guida per le elezioni del prossimo anno: “Quando i cittadini si rivolgono a noi, non chiedono un favore ma esercitano un loro diritto; quello di aiutarli non è un nostro privilegio, ma un nostro dovere”. Un vero e proprio “metodo Anselmi” – che lei aveva vissuto come sindacalista CISL e poi parlamentare dal 1968 – e che vorremmo oggi vedere applicato nell’attenzione al tema casa, nella sempre discussa sanità (con le liste d’attesa comunque vergognose per la nostra autonomia), nell’accoglienza ai più deboli, sia italiani che migranti. Ad Anselmi, poi ministro della Sanità fino al 1989, si deve il varo definitivo del Servizio Sanitario Nazionale, strumento non ancora completamente realizzato che sancisce il diritto alla cura per tutti.
Il suo “genio femminile” la portò anche a promuovere con la legge 903 del 1977 la parità di trattamento sindacale tra uomini e donne e a tutelare le lavoratrici madri. Un’esigenza ancora inattuata, come ha denunciato il Dossier Natalità 2026 presentato il 28 luglio da Gigi de Palo per la Fondazione per la Natalità: il 62% di coppie italiane in età feconda ha dichiarato di non aver fatto figli per ostacoli economici, lavorativi e sociali. Che direbbe oggi Tina Anselmi? Forse ci inviterebbe anche a formare i giovani alla sana politica: “Diceva sempre – ci ha testimoniato la nipote Valentina Magrin – che era importante cedere il testimone a chi veniva dopo di lei, perché le vittorie non sono irreversibili, e le riforme, poi, devono diventare pratica”.