16 agosto: Domenica XX – Tempo Ordinario A
Letture: Is 56,1.6-7; Sal 66; Rm 11,13-15.29-32; Mt 15,21-28
«Donna, grande è la tua fede!» (Mt 15,28).
In un tempo segnato da nazionalismi, chiusure e paura dell’altro, le letture di oggi offrono una boccata d’ossigeno. Il profeta Isaia assicura che l’appartenenza a Dio non rispetta confini etnici o razziali: chiunque aderisce al Signore e lo serve è accolto nella sua Casa come figlio e figlia. Sulla stessa linea, Paolo vede nell’inclusione dei pagani non il segno dell’esclusione di Israele, ma una nuova possibilità per tutti, scaturita dalla misericordia “inclusiva” di Dio. Il vangelo drammatizza questa riflessione attraverso l’incontro tra Gesù e una donna straniera.
Gesù si ritira verso le regioni di Tiro e Sidone. E proprio lì, oltre il confine, lo raggiunge una donna cananea che grida per la figlia tormentata da un demonio: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide!» (v. 22). Tutto, in questo racconto, sembra costruito per escluderla: è donna, è straniera, è pagana. E la reazione di Gesù ci lascia sconcertati. Prima l’indifferenza, «egli non le rivolse neppure parola» (v. 23), poi le parole durissime sui figli e sui cagnolini. È un Gesù che fatichiamo a riconoscere.
Ma è proprio questo l’imbarazzo che il testo vuole provocare in noi. La donna non si arrende al rifiuto. Con un’arguzia che nasce da una fede profonda, accetta il suo posto e insieme lo rovescia. In modo paradossale, sembra comprendere meglio dello stesso Gesù le potenzialità e lo scopo del Regno che egli sta annunciando, e per questo lo sfida a superare pregiudizi, confini mentali e culturali. Lei percepisce, infatti, che al banchetto del Regno il pane è sovrabbondante, come risulta facilmente comprensibile al lettore che ricorda l’esito della moltiplicazione dei pani: «Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via dodici ceste piene di pezzi avanzati» (14,20).
Qui sta il cuore della scena. È la lotta di una parola “disarmata” ma credente, una parola che osa, anche quando Dio sembra tacere. Una parola “nonostante”: nonostante il rifiuto, nonostante l’emarginazione, nonostante il pregiudizio. Questa donna osa sfidare certezze consolidate, barriere etniche e religiose, sicurezze radicate nella coscienza comune. E la sua audacia non offende Dio: lo rivela. Perché la fede che insiste, che non si rassegna, che continua a bussare, è un riflesso autentico della Parola stessa di cui Gesù è portatore.
Matteo, che pure sottolinea più di ogni altro come Gesù sia il messia d’Israele, ci conduce esattamente qui: al momento in cui l’elezione diventa missione. Perché chi è scelto da Dio è sempre scelto “per l’altro”. L’elezione non è un privilegio da custodire, ma un servizio da rendere. E la stessa verità di Dio spinge avanti Gesù, e con lui la sua comunità, verso una comprensione più ampia della salvezza: il tempo è giunto anche per i pagani di sedersi a mensa con i figli.
«Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri» (v. 28). È l’unica volta, in tutto il vangelo, che Gesù loda una fede definendola “grande”. E rivolge questa lode a una straniera. È lei, la donna senza diritti, a strappare la parola che risana, a insegnare alla Chiesa nascente che i confini di Dio sono più larghi dei nostri, e che la fede, non l’appartenenza, è ciò che apre le porte del Regno (cfr. Gal 3,28).
Chiediamoci: davanti ai confini che tracciamo — di appartenenza, di cultura, di merito — abbiamo il coraggio di questa donna, che osa credere oltre il silenzio di Dio? E sappiamo riconoscere che la nostra elezione è sempre un dono ricevuto “per l’altro”?