L’uccisione del generale Dalla Chiesa a Palermo: “una nuova stazione sulla via crucis della democrazia”, annotava Cristelli

“Una nuova stazione sulla via crucis dello Stato e della democrazia”. Il direttore di Vita Trentina don Vittorio Cristelli definiva così l’uccisione del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa insieme alla moglie Emanuela Setti Carraro e all’agente di scorta Domenico Russo, avvenuta il 3 settembre 1982 a Palermo.

“Tra una stazione e l’altra – aggiungeva Cristelli -, infinite altre croci di poliziotti, di magistrati, di politici e di amministratori. Fino a qualche anno fa si pensava che il Paese dovesse essere impegnato su due strade differenti: quella del terrorismo ‘politico’ e quella della delinquenza comune, organizzata nelle mafie, nelle camorre. Ora le due strade si sono congiunte in una immensa superstrada dove corrono assieme mafiosi, camorristi, terroristi, mercanti di droga. Il delitto di Palermo ne è diventato il drammatico simbolo”.

Dalla Chiesa era “noto per la sua lotta senza quartiere al terrorismo”: durante il servizio come ufficiale dei carabinieri a Corleone si era distinto per “la accanita lotta ingaggiata contro la mafia”.

Qui è morta la speranza per i palermitani onesti ha scritto un anonimo su un muro di via Carini. Ecco, è anche contro questo fatalismo che bisogna reagire””, annotava don Cristelli. Che ricordava anche l’impegno della Chiesa nella lotta alla mafia, citando per esempio l’omelia del cardinale di Palermo, Salvatore Pappalardo, il quale, il novembre del 1981, aveva detto: “Dobbiamo desiderare e far sì che ladri, delinquenti, assassini, violentatori di ogni genere, disonesti e mafiosi di ogni risma, qualunque sia il colore del loro colletto o della loro camicia, possano essere raggiunti dalla giustizia umana”.

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