11 ottobre: Domenica XXVIII – Tempo Ordinario A
Letture: Is 25,6-10a; Sal 22; Fil 4,12-14.19-20; Mt 22,1-14
Le letture di oggi ci radunano intorno a un tavolo: non soltanto la mensa eucaristica, ma un banchetto preparato con cura, senza badare a spese, da Dio stesso. È il sogno di Dio: l’umanità intera seduta insieme, finalmente riconciliata, per una festa dove cade ogni confine — etnico, sociale, ideologico — e ognuno può rispecchiare nello sguardo dell’altro il proprio essere immagine e somiglianza di Dio.
Attorno a questa mensa si comprende la vera funzione del popolo eletto. Nella logica delle Scritture, chi è scelto non lo è per sé: riceve un dono che è insieme un compito. È benedetto per diventare benedizione «per tutte le famiglie della terra» (Gn 12,3). È il fratello inviato a liberare i fratelli (Es 3,10); il profeta chiamato a farsi Parola per il suo popolo (Ger 1,9-10); il servo su cui riposa lo Spirito per essere «alleanza del popolo» (Is 42,6). L’elezione d’Israele ha, dunque, un valore testimoniale: una comunità che vive nell’adesione a Dio diventa un segno che attira, una presenza che chiama. Non esiste per se stessa, ma per irradiare, anzi per essere inviata: perché altri, vedendola, dicano «vogliamo venire con voi, perché abbiamo udito che Dio è con voi» (Zc 8,23).
I popoli attratti dalla bellezza di questa fede sono convocati sullo stesso monte, e la comunione con Dio strappa «il velo che copriva la faccia di tutti i popoli» (Is 25,7). Nella Scrittura, il velo è spesso segno di lutto. Toglierlo significa porre fine all’angoscia, alla tristezza, al dolore che guerre e solitudine hanno inciso sul volto dei popoli. Per questo il testo prosegue con una promessa audace: la morte sarà eliminata, e ogni lacrima asciugata (v. 8). Verrà il giorno in cui l’umanità intera sperimenterà la salvezza, in una festa a cui tutti sono invitati e nessuno escluso.
Nel vangelo Gesù riprende l’immagine e la rende più esplicita: è un banchetto di nozze, la celebrazione dell’amore tra Dio e l’umanità (22,2). Per questo sconcerta il rifiuto degli invitati, presi dal quotidiano, dall’indifferenza, o apertamente ostili. Alla comunione preferiscono l’autoreferenzialità che li ripiega su sé stessi, mentre l’indifferenza si trasforma in violenza contro gli inviati del re. Ma Dio non si arrende davanti al rifiuto: manda a chiamare gli invisibili, i dimenticati, quelli che stanno ai margini delle strade. Invita «buoni e cattivi», senza distinzione (v. 10).
E tuttavia è richiesta la veste nuziale (vv. 11-12). Tutti sono chiamati, ma la festa chiede un segno di adesione: non un abito elegante, ma un cuore rivestito di fede e di giustizia. Se la chiamata è gratuita non lo è la risposta: «molti sono chiamati, ma pochi eletti» (v. 14). Tra la vocazione ricevuta in dono e la vita che ne segue rimane la nostra responsabilità, il desiderio di abbracciare fino in fondo la logica della pietra scartata, la logica stessa del Figlio.
È forse questo che Paolo confida nella seconda lettura: vivere la vita di Cristo diventa impossibile finché lo sguardo resta fisso su di noi e sulle nostre forze. Da soli non possiamo, ma «tutto posso in Colui che mi dà la forza» (Fil 4,13). Perché non solo l’invito è un dono: lo è anche la grazia di accoglierlo, e di diventare a nostra volta servi, mandati ai crocicchi delle strade a chiamare altri al banchetto.
Chiediamoci: di quale veste sono rivestito? Di fede e giustizia, o soltanto di buone intenzioni? E chi sono gli invisibili che Dio manda proprio me a chiamare, mentre già siedo al suo banchetto?