Dopo il bombardamento degli Alleati che colpì Trento il 2 settembre 1943, l’arcivescovo Carlo De Ferrari lanciò un appello dalle colonne del settimanale: “Raccomando ai singoli diocesani di fare e dare tutti qualche cosa” – scriveva De Ferrari – “Trento, che ha allargato con tanto slancio le braccia agli sfollati di fuori, non farà mai abbastanza per i suoi concittadini”.
All’Accordo De Gasperi-Gruber, firmato a Parigi il 5 settembre 1946, Vita Trentina dedicò spazio all’interno della “Rassegna politica” del numero del 19 settembre 1946.
Ci sono due date agli inizi di settembre che vanno commemorate, rileggendo le cronache di Vita Trentina. La prima è quella del bombardamento della Portela, il 2 settembre 1943, la seconda quella della firma dell’Accordo De Gasperi Gruber il 5 settembre 1946. A nostro avviso vanno ricordate congiuntamente, perché possano trasmettere appieno il significato che hanno avuto nella crescita della nuova identità trentina dopo la fine del fascismo e del nazismo, dopo l’avvento della repubblica. E insieme indicano le minacce del futuro, ma anche le speranze di buona volontà che consentono di affrontarle e superarle.
La “strage della Portela”, il popolare quartiere attorno a Santa Maria e la Prepositura, fu il primo bombardamento su Trento. Fece 198 morti i cui nomi sono ancora riportati in una lapide presso il civico cimitero. Fu uno shock per la città, non solo perché le bombe aprirono una fase più crudele della guerra proprio quando, dopo il 25 luglio e la caduta del regime, si pensava che essa potesse concludersi, ma per l’orrore umano che suscitarono i corpi dilaniati delle vittime, le membra martoriate dei feriti, le grida dei superstiti imprigionati fra le macerie. Le bombe vennero sganciate poco prima di mezzogiorno, da aerei americani (da poche settimane era avvenuto lo sbarco in Sicilia) provenienti da sud. Si disse che l’obiettivo era la linea ferroviaria e che per errore venne colpita la zona abitata, a poche decine di metri. Altri suggerirono invece che il vero obiettivo fosse il palazzo fascista della Gil, Gioventù Italiana del Littorio, che venne centrato in pieno e raso al suolo (ora c’è la stazione delle autocorriere).
In una città che contava allora circa 30 mila abitanti 200 morti significavano una quota alta sulla popolazione, più o meno pari al numero di vittime subite da New York in seguito all’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre (altra ricorrenza di questi giorni). Dopo la Portela la guerra divenne sempre più aspra. Seguirono la tragedia dell’8 settembre, l’occupazione nazista del Trentino con l’annessione al Reich (Alpenvorland), i campi di concentramento per i militari e di sterminio per gli ebrei, il martirio degli antifascisti (Bettini, Manci, Ballardini…), mentre i bombardamenti alleati si intensificarono. Quaranta furono le incursioni aeree alleate su Trento fino al 3 maggio 1945, con le vittime che salirono a 400, mentre il Ponte dei Vodi, presso Lavis, veniva colpito ogni giorno, ed ogni giorno subito riparato in modo che i treni continuassero a passare. Intanto, il “Pippo” inglese intimidiva ogni notte con i suoi voli città, strade e borgate, sparando ad ogni barlume di luce che filtrasse da un fanale o da una finestra male oscurata. La guerra. Che ad ogni bombe portava vittime, ma anche paure, rancori, odio. Perché le bombe – questa è la lezione d’allora – con le troppe guerre che feriscono il mondo e ne preparano di nuove, colpiscono sempre gli innocenti per primi. Dall’aereo basta un ritardo di mezzo secondo nello sganciamento, e dal cannone mezza tacca nel puntamento, perché la bomba finisca su un ospedale o su una casa, invece che su un bunker.
Così fu anche quella guerra, fino a due anni dopo, quando fu proclamata la pace che però era carica di ferite e di accuse reciproche sul passato. Apparve quindi come una sorpresa, davvero liberatoria sulla violenza della storia e degli animi, la stretta di mano che a Parigi il 5 settembre del 1946 siglò l’Accodo fra De Gasperi e Gruber, ambedue eredi dei lunghi conflitti e incomprensioni che negli ultimi secoli avevano segnato i rapporti fra mondo italiano e mondo tedesco, ma ambedue consapevoli, forse proprio perché nati e cresciuti in territori alpini come il Trentino e il Tirolo (dove le frontiere possono rivelarsi cerniere) che per avere la pace e ripartire con nuovi progetti, occorre saper usare non solo leggi e formule, ma le proprie mani: avendo il coraggio di stringerle a chi magari è stato avversario, o sentito come tale, occorre saper chiudere a chiave certe le porte degli androni oscuri presenti in ogni passato, per aprirne altre alla luce.
Resta, questo patto umano, come la base e la premessa dell’accordo politico che portava ad un futuro del tutto ignoto, fissando la tutela della popolazione di lingua tedesca del Sud Tirolo Alto Adige attraverso un’autonomia speciale, sancita dall’Italia, ma riconosciuta internazionalmente, nell’ambito di una cornice (“frame”, nel testo inglese) che comprendesse anche il Trentino, per rimarcare i contatti storici e umani fra le popolazioni, ma al tempo stesso per richiamare il Trentino ad una sua diretta responsabilità nel farsi garante – con tutte le sue strutture, riconosciute anch’esse come autonomistiche – della tutela dell’autonomia sudtirolese e altoatesina, della pacificazione del territorio. Non basta affidare questa garanzia ai voti, alle maggioranze o minoranze consiliari, ai partiti, ridurla a questione istituzionale: occorre che essa sia sentita come problema sostanziale; è a questo che deve servire la cornice comune di cui Trento è partecipe.
Non solo Vienna e Roma, non solo Bruxelles e l’Onu, il Trentino, in primo luogo deve farsi carico della responsabilità dell’Accordo, come è stato in occasione del “secondo statuto” di autonomia dopo che le inadeguatezze del primo si erano manifestate portando a incomprensioni ed anche violenze. È questa la lezione di pace che lascia oggi il Patto fra De Gasperi e Gruber, dopo quella delle bombe che “sbagliano” sempre, in un’Europa che torna a dividersi, con troppi focolai. Per spegnerli occorre metterci le mani. Una stretta di mano (che ancora nei nostri paesi vale più di un atto notarile) fra avversari, per un nuovo patto innanzitutto, intensificando contatti anche non formali, senza lasciare vuoti politici che finiscono sempre invasi dalle erbacce.
La “cornice” può poi essere allargata, ma con questo spirito e questo metodo, non per ripiego, facendo bene prima i compiti a casa. A livello sostanziale, mostrando che il tessuto forte di un’Europa libera non può essere l’armarsi o partecipare al gioco delle grandi potenze, facendosi terzo polo di un sistema globale che si regge sempre più sui rancori e dovrebbe invece tracciare nuove cornici per le diversità. A questo servono le autonomie in Europa e ai suoi confini: a proporsi come tessuto connettivo interregionale capace di unire le diversità con una stretta di mano.