1 marzo: Domenica II – Tempo di Quaresima A
Letture: Gen 12,1-4a; Sal 32; 2Tm 1,8b-10; Mt 17,1-9
«Questi è il Figlio mio, l’amato… Ascoltatelo» (Mt 17,5).
La liturgia ci conduce oggi alla scoperta del volto di Dio, mistero di luce che alimenta la nostra speranza. La prima lettura svela che l’incontro con Lui può trasformare persino sterilità e morte in benedizione per tutti. La seconda ricorda che l’iniziativa scaturisce sempre dall’amore del Padre rivelato nel dono del Figlio. Il Vangelo, su cui ci soffermiamo, concretizza tutto questo nell’episodio della trasfigurazione.
Il racconto è inserito in una sezione caratterizzata da due parole: fede e figlio. Matteo sembra indicare che per salire sul Tabor e proseguire verso Gerusalemme occorre vivere di fede, “incollati” al Maestro.
L’indicazione iniziale «sei giorni dopo» (v. 1) collega il brano al primo annuncio della passione (16,21). Non a caso, Matteo sottolinea come la trasfigurazione avviene davanti agli stessi discepoli che saranno testimoni dell’agonia nel Getsemani. Essi, e in loro tutta la comunità, sono iniziati al mistero della passione e morte del Signore nella luce della risurrezione.
L’apparizione dei testimoni indica che il Cristo trasfigurato è il termine della legge (Mosè) e dei profeti (Elia), perché è il momento nel quale l’umanità rivive la propria figliolanza originaria. A Lui, legge e profeti rendono testimonianza e soltanto nell’incontro con Lui riacquistano significato.
I segni della trasfigurazione, «il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce» (v. 2), suggeriscono che Gesù appartiene a una realtà altra e dischiudono il mistero della sua relazione intima con il Padre, vissuta come certezza di essere amato, come gioia, pace e consolazione.
Quest’esperienza di gloria non può essere però mai disgiunta dalla croce: l’intervento di Pietro (v. 4) sottolinea il contrasto tra le aspirazioni umane ed il disegno di Dio. Già le insinuazioni di Satana (4,1-11) e dello stesso apostolo (16,23) suggerivano a Gesù di scansare il cammino della croce. Le “tende” diventano così segno del desiderio di fermare Gesù: è il tentativo di annullare lo scandalo della croce con la propria sapienza umana.
Come nel battesimo la voce del Padre chiarisce e conferma la vocazione di Gesù, il Figlio amato. Insieme raggiunge i discepoli per trasformarli da spettatori a protagonisti attraverso l’ascolto. È un invito che sgorga dalle profondità del cuore del Padre ed esprime il suo desiderio bruciante di renderci figli nel Figlio, partecipi di quella comunione intima e profonda di cui noi, con i discepoli, siamo testimoni.
Mentre Pietro vuole cancellare una parte del progetto messianico, il Padre ricorda che esso non è un’elaborazione umana ma progetto divino che Gesù realizzerà sulle orme del Servo sofferente e non del re Davidico. A questo progetto i discepoli sono chiamati ad aderire: cadendo a terra indicano la totale sottomissione alla volontà di Dio di cui ancora non comprendono il significato. Per questo devono trattenere ciò che hanno visto finché Gesù non sarà risorto dai morti: solo allora il mistero potrà essere annunciato.
Al termine della teofania soltanto Gesù rimane con loro. Egli è l’unica icona, la sola parola del Padre: soltanto Gesù è la legge da vivere e la profezia da realizzare con una sequela quotidiana e radicale su un sentiero segnato dalla croce ma illuminato dalla luce incomprensibile della Risurrezione.
Chiediamoci: quali sono i “monti” della nostra vita dove possiamo fermarci per contemplare il volto luminoso del Figlio? Sappiamo riconoscere nella croce quotidiana i bagliori della risurrezione?