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Editoriale

Lo sport dà felicità, è il vero fenomeno

Lo sport non è solo disimpegnata futilità, beata innocenza, spensierato passatempo. È un fenomeno serio, un modello mentale e comportamentale dal quale esce rafforzata la nostra forma di relazione con il mondo.

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Lo sport non è solo disimpegnata futilità, beata innocenza, spensierato passatempo. È un fenomeno serio, un modello mentale e comportamentale dal quale esce rafforzata la nostra forma di relazione con il mondo

Che fenomeno lo sport! Sfidare se stessi, gli altri, l’ambiente; scoprire e migliorare le proprie qualità; misurarsi con i propri limiti per superarli o per far pace con essi; divertirsi, fino a farsi impossessare dal divertimento; assaporare le dinamiche del team… Tutto questo e tanto altro ancora è il senso dello sport. E tutto questo ha un inatteso e sorprendente effetto collaterale: la felicità.

“Volete i ragazzi? – chiedeva Don Bosco ai suoi educatori - Buttate in aria un pallone e prima che tocchi terra vedrete quanti si saranno avvicinati!” L’attività più naturale ed istintiva che esista, fatta di correre, saltare, lanciare, ovvero l’attività ludica, motoria e sportiva, non soltanto ci rende più forti e più sani: ci rende felici, accende in noi qualcosa di misterioso e gratifica la nostra natura più profonda. E ci fa sentire liberi. Liberi di esprimere quella follia che rende l’uomo bambino per un attimo. Ed il bambino, per un attimo, simile al fenomeno che campeggia nel poster appeso alla parete.

L’avventura inizia con il coltivare il desiderio. E poi è fatica, sudore, ore ed ore di allenamento, perfezionamento del gesto tecnico, fallimenti, infortuni, imprevisti, cura degli stili di vita. “Sulla via della virtù, gli dei hanno posto il sudore” scriveva Esiodo. È un’avventura straordinaria, inseguendo un sogno, dove accanto ai successi, assoluti o relativi, si arriva a scoprire, col passare del tempo, che la strada è interessante almeno quanto il traguardo ed è il cammino a dare un senso alla meta. Diceva bene Eduardo Galeano, uruguaiano, grande scrittore, non solo di sport: “L'utopia è là, all'orizzonte. Mi avvicino di due passi, lei si allontana di due passi. Cammino per dieci passi e l'orizzonte si sposta di dieci passi più in là. Per quanto io cammini, non la raggiungerò mai. A cosa serve l'utopia? Serve proprio a questo: a camminare.” Nello sport inseguiamo un’utopia che non sappiamo dove ci porterà, ma che come tale ha proprio questo scopo: farci camminare, farci cogliere la bellezza e l’utilità dell’inutile, il valore inestimabile dei beni immateriali e relazionali di cui abbiamo un’insaziabile bisogno una volta soddisfatte le necessità materiali.

Lo sport non è solo disimpegnata futilità, beata innocenza, spensierato passatempo. È un fenomeno serio, un modello mentale e comportamentale dal quale esce rafforzata la nostra forma di relazione con il mondo. “Lo sport – scriveva lo scrittore Jean Giraudoux - consiste nel delegare al corpo alcune delle più elevate virtù dell’animo.” Ad osservarne le miserie e le contraddizioni (la vittoria ad ogni costo, la cultura del no limits, il doping, la truffa, l’agonismo esasperato e precoce, il fanatismo, la violenza e via dicendo) viene da ricredersi sul valore educativo e sociale dello sport. Ma dipende da chi lo pratica, da chi lo gestisce o lo insegna. Lo sport resta scuola di vita perché è un gioco che educa alla vita: “La vita è molto più che un gioco e giocare è un bel modo, divertente ed appassionante, per imparare a viverla sul serio.” hanno scritto i rugbysti Mirco e Mauro Bergamasco. Lo sport fatto bene, gestito bene, è scuola di vita perché hai la possibilità di essere nel gioco quello che vuoi essere al di fuori del gioco.

Paolo Crepaz

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